Arthur Felling, in arte Weegee, è stato uno dei più grandi fotografi americani del secolo scorso. Originario di una città dell’Impero austro-ungarico ora in territorio ucraino, emigra con la famiglia a Manhattan in seguito ai primi movimenti antisemiti.
Avvicinatosi alla fotografia, è free lance dal 1936 e prende a frequentare la Polizia newyorkese, specializzandosi in ritratti di malviventi. Poi è autorizzato a installare nella sua auto la radio della Polizia, così potendo giungere sui luoghi dei delitti contemporaneamente ad essa.
E il suo lavoro, anche grazie a questo accorgimento, ha molto successo: egli vende le sue fotografie a tutti i principali quotidiani della città e si costruisce una fama che lo porterà prima a Hollywood, come collaboratore di Stanley Kubrick per il film “Dottor Stranamore”, poi in Europa.
Queste poche notizie biografiche danno la cifra di chi era Weegee: un appassionato di fotografia che con grande intraprendenza riesce a portare avanti un lavoro di primissimo livello nella narrazione della città.
Sta facendo il giro del mondo una mostra a lui dedicata, Unknown Weegee, che è partita da New York e questo mese è giunta a Milano.
Le sue fotografie restituiscono una città cruda, feroce, oscura come la notte teatro degli assassinii (prima fotografia, 1942). E i suoi abitanti più ai margini: fragili, insicuri, che patiscono il troppo freddo d’inverno, d’estate il troppo caldo.
E per la prima volta nel fotogiornalismo, i curiosi (seconda fotografia, 1943). Quelli che si radunano davanti alla scena del crimine, quelli che si sentono partecipi di un avvenimento in città.
Nelle sue didascalie non ci sono giudizi. C’è anzi perfino del garantismo giudiziario, come quando ritrae gli arrestati nel posto di Polizia: Weegee preferisce annotare “accusato di omicidio”, piuttosto che “omicida”.
Il suo lavoro, ai limiti del coraggio e dell’intraprendenza, è un grande esempio di fotogiornalismo del XX secolo.
(fonti fotografiche: The New York Times. Vedere anche l’articolo su “Unknown Weegee“)