Il rito (o rituale) è un modo in cui una cultura si rende manifesta. Rituali sono infatti molti comportamenti che hanno valenza sociale e sono eseguiti sulla base di valori o norme condivise. Ma possiamo estendere il concetto e definire “rituale” un’abitudine, individuale o collettiva, purché però segua precise norme, meglio se codificate.
Negli studi culturali, i riti più comuni sono quelli legati ai vari momenti della vita di una persona (il rito d’iniziazione, quello di passaggio), ma nulla vieta di considerare rituali altri comportamenti collettivi, perfino le elezioni politiche nei sistemi democratici.
Un contesto urbano è scenario, cioè teatro, di innumerevoli riti contemporanei, tutti con valenza sociologica. Ad esempio, ogni volta che viene organizzato uno sciopero, si perpetua il rito della protesta di piazza, anche se esso era nato con contenuti ben differenti, nell’Ottocento.
Fuori dalle città, i rituali sono più diffusi ma anche meno variegati. In campagna o più ancora nelle comunità di montagna, assistiamo a rituali d’interazione semplici, chiari e ripetuti nel tempo. Esiste il fattore-comunità. In una città, l’anomia allenta i legami e anche la necessità di ricorrere a comportamenti standardizzati e immediatamente riconoscibili: in una città, è più forte la ricerca dell’identità personale piuttosto che di quella collettiva.
Ma anche in una città esistono i riti, ad esempio nelle sub-culture, ma non solo. E la metodologia visuale è particolarmente efficace per studiarli, perché il dato visivo (proprio come per l’antropologo che studia il rito d’iniziazione in una comunità di selvaggi) richiama immediatamente i codici non scritti, ma presenti, sulla base dei quali il rituale può perpetrarsi nel tempo.