Abbiamo parlato di città viste con l’occhio del reportage, sia in generale sia (come nel caso di Napoli) su temi specifici. In quel post, a dire il vero, non abbiamo preso in esame un reportage vero e proprio ma abbiamo suggerito di scandagliare siti di condivisione di immagini come Flickr per vedere con l’occhio della gente comune il problema dei rifiuti.
Ora torniamo a parlare della città partenopea, ma in un altro senso. L’occasione ci è data da un sito che avevamo scoperto, salvato in un file e poi dimenticato. Il nome (“Fotografia sociale“) rappresenta perfettamente la documentazione urbana attraverso le fotografie e richiama alla memoria un intero periodo della storia della fotografia: quello dei vari Riis e Hine. Un periodo per la verità mai finito, semplicemente dilatatosi nella produzione di massa di immagini.
Che cos’ha di interessante questo sito? Offre una serie di reportages tematici ambientati a Napoli. Tra i tanti, scegliamo di presentarne uno davvero singolare: “La morte, il dolore e la memoria“. Si tratta di una semplice raccolta di manifesti funebri (ci dispiace se qualcuno troverà macabra la scelta), significativi per due ragioni.
La prima: manifesti funebri nelle grandi città, di solito, non se ne vedono. A Milano, ad esempio, è impossibile incontrarli. Il motivo è che le relazioni interpersonali fuggono dal reticolo del quartiere, si estendono a tutta la provincia (come minimo), sarebbe quindi impensabile stampare tutti i manifesti necessari e affiggerli per tempo. L’antica funzione (comunicare il decesso e gli estremi del funerale) non può essere svolta dai manifesti nelle grandi città. Tranne che, evidentemente, a Napoli.
La seconda, che si lega alla prima: a Napoli resta un attaccamento al quartiere di riferimento. Ciò è dimostrato anche dal fatto che nei manifesti sono presenti i soprannomi con cui la persona era conosciuta nel rione. Un altro elemento che fa di Napoli un’eccezione tra le grandi città.
Naturalmente i soprannomi sono di vario tipo. Si richiamano i mestieri, le idee politiche, le tradizioni familiari e anche qualche situazione improbabile, come la vedova detta “zitella”…
Bisognerebbe approfondire questa peculiarità partenopea all’interno del “classico” discorso sull’anonimato nelle città industriali (e post).
In anni di web 2:0 e social networks, si parla spesso di “autore diffuso” per segnalare l’abitudine ormai consolidata a documentare “in proprio” le realtà scottanti della nostra società.
Quasi ogni tema d’attualità, soprattutto se legato alle metropoli, si presta a questa autodiffusione di contenuti a sfondo documentario. Prendiamo Napoli e l’emergenza rifiuti: inserendo nel motore di ricerca “napoli” e “rifiuti” si trovano circa 300 risultati, tra cui alcuni piuttosto scioccanti, come questo:

(di mariodelbosco. Immagine qui)
Ancora non ci sono immagini provenienti da turisti. Ciò è spiegabile col fatto che le prenotazioni alberghiere sono crollate a picco. Quale che sia il prossimo governo, dovrà mettere mano alla situazione quanto prima.
Comunque sia, l’autodiffusione di contenuti a sfondo documentaristico è sempre più frequente e si coglie bene la ricerca di immagini che possano “colpire” l’immaginario, avere un impatto emotivo. Che è una delle qualità che trasformano un reportage in un buon reportage.