Le città contemporanee e il visuale


Milano e la crisi
Luglio 27, 2009, 10:14 am
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Il 14 ottobre 2008 abbiamo scritto un post su come la crisi economica e dei consumi stia ridisegnando le città del mondo occidentale. Ci si soffermava su Londra e New York, perché sono le città-simbolo dei due Paesi in cui il crack finanziario è cominciato, e anche perché sono solite anticipare tendenze che poi saranno visibili altrove.
Effettivamente anche in Italia vi sono segnali di un mutamento di prospettive e usi da parte degli abitanti.
A Milano, per esempio, il direttore del Museo Triennale Bovisa (una recente e periferica “depandance” dell’importante Museo della Triennale) ha deciso di rendere gratuite le mostre di tutto il 2009. Un’immediata risposta al possibile calo di visitatori (si sa che in tempo di crisi l’arte è la prima “spesa” a subire tagli nel bilancio familiare).
Non è soltanto la cultura, però, ad avere risentito della crisi economica. L’indotto turistico ha avuto alcuni problemi nel corso dell’anno. Gli esercenti del centro storico (cioè i bar in cui i milanesi non si siederebbero mai a bere un caffè) lamentavano, a febbraio, un calo del 30-50%  nei coperti. E nel Triangolo della Moda hanno lamentato (anche durante i saldi di gennaio) il calo dei compratori arabi, cinesi e (in parte) russi. Complice anche la crisi di Alitalia, che in quel momento aveva iniziato a tagliare drasticamente i voli diretti per quei Paesi.

Quanto ai milanesi, invece, si può registrare un dato: i negozi etnici sono raddoppiati nel giro di otto anni. Nati come “servizio interno” delle comunità di stranieri, hanno sempre più clienti italiani, grazie agli orari più flessibili e soprattutto ai prezzi più bassi. La città diventa multietnica nei fatti, perché questi esercizi commerciali aprono anche in quartieri non ad alta presenza di immigrati. Da una parte si potrebbe anche essere soddisfatti, questa infatti è una sorta di auto-soluzione al problema di possibili “ghetti” (se con questa parola possono essere definite, a Milano, le varie via Padova e via Paolo Sarpi, e la parola non è molto corretta).



La Barona del suo “principe” Marracash
Aprile 12, 2009, 10:02 pm
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Marracash, ormai celebre rapper milanese attivo dal 2004, ha riscosso successo soprattutto a partire dal singolo “Badabum Cha Cha“, uscito nel 2008. Il video del singolo è stato girato interamente nel quartiere della Barona, dove Marracash vive da quando aveva 12 anni.
Una zona periferica e, non diversamente da tante altre, ad alto rischio di degrado; ma anche il quartiere della Nuova Accademia di Belle Arti e dello Iulm, nonché di alcuni locali underground molto conosciuti e centri sociali come il Barrio’s, e del santuario di S. Rita da Cascia. Meta sacra e profana, insomma.

Testo e video raccontano la Barona con gli occhi di un trentenne avvezzo alla strada, che dialoga da una parte con i suoi ascoltatori e dall’altra con la sua gente, che siano i Dogo Gang con cui musicalmente è cresciuto o la gente di Barona, di cui si dichiara “il principe” (“e non di Bel Air”, tiene a precisare nella canzone).
Il Badabum Cha Cha di Marracash scorre liscio e non aggredisce più di tanto né il degrado, su cui c’è spazio per un paio di versi (“i miei fra non vogliono il dramma perché già se lo vivono dai palazzi come pino“), né il conseguente disagio sociale (giusto un accenno: “qui è sangue e mercurio cromo, puro piombo“).
Il video insiste nelle forme squadrate di certe case che non si trovano solo in Barona, bianche e costruite al risparmio, architettura minimalista e in teoria funzionale al bisogno abitativo, non a quelli correlati. Ed insiste sugli angoli più insoliti per un palazzo, quegli spazi inutilizzati tra un portone e l’altro che diventano culla di un disagio giovanile da sfogarsi al momento.

Non c’è, ovviamente, nel video una ricerca sull’uso degli spazi: c’è solo Marracash, con i suoi ospiti, che balla la sua canzone. Com’è giusto che sia. Non c’è quindi, nemmeno, una denuncia esplicita o una specie di real tv. Non ce la dovevamo però aspettare da un video musicale. Mentre i versi di Marracash riempiono il silenzio, il colore seppia sembra restituirlo, dopo che lui e gli altri se ne saranno andati dalla scena.

Più impegnato e anche più impegnativo (per chi non è di Milano, quantomeno) il testo di “Fatti un giro nel quartiere“, un pezzo sempre di Marracash, sempre del 2008, ma meno noto. La traccia è su Youtube.
E sempre su Youtube si può vedere il video di “Badabum Cha Cha” e del backstage, dove si vede meglio la strada (via Mazzolari) e il palazzo scelti per l’ambientazione.



Supermercati (dal 1955 ad oggi)
Dicembre 29, 2008, 12:16 am
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Abbiamo parlato recentemente dell’archivio di Life, ora online grazie a un accordo con Google Images. Chiunque sia appassionato di fotografia non può fare a meno, ogni tanto, di sfogliare per data o per tema l’archivio, che è una vera miniera d’oro per osservare i gusti, le abitudini, le espressioni e i rituali della società.
Oggi ci siamo soffermati su questa fotografia, scattata nel 1955 dal fotografo tedesco Ralph Crane.
Siamo alla Fiera di Milano: la gente sta osservando, evidentemente molto incuriosita, il modello di un supermarket americano. Gli italiani non conoscevano ancora un luogo del genere. Il primo punto vendita di GDO sorse infatti, proprio a Milano, due anni dopo, nel 1957, nell’area di un’ex officina di viale Regina Giovanna, e portò il marchio Esselunga fino a pochi mesi fa.
L’esempio di Esselunga (di cui all’inizio aveva la maggioranza assoluta il magnate americano Rockfeller) fu seguito presto da Pam (1958), Gs (1961) e altri. Così in Europa. In Francia, ad esempio, Carrefour fu fondata nel 1958 e Auchan nel 1961.
Gli intellettuali, a cominciare dagli scrittori, si occuparono subito del fenomeno dei supermercati, e non proprio in termini positivi. Italo Calvino racconta di un Marcovaldo eccitato, che gira correndo con il carrello e prende un po’ tutto quel che gli capita, salvo poi accorgersi di avere messo troppa roba per le sue finanze e lasciare quindi i prodotti a casaccio. Intorno una «folla consumatrice», domina la lucentezza dei colori chiari, anche fuori dal supermarket («sfavillare luminoso di finestre e insegne»).
Più o meno così Luciano Bianciardi, che coglie luci sempre accese e musica ad effetto ipnotico. E dipinge frequentatori e cassiere come automi, con le pupille dilatate per le luci e la musica, e l’ambiente come un luogo che spinge a comprare di tutto: «metteteci una catasta di libri, e accecati come sono comprerebbero anche quelli».
Bianciardi aggiunge che qualche giornale già parlava dei supermarket come di nuove agorà, ma in fondo le vecchie drogherie di paese tenevano già tutta la merce e i loro proprietari, in più, avevano un rapporto profondo coi clienti.

Ci sarebbe molto da scrivere sui supermercati e sui loro effetti benefici sui consumi, ma anche su quelli meno benefici a riguardo del tessuto sociale dei quartieri cittadini, che perdono i vecchi e piccoli punti vendita. Resta il fatto che hanno rivoluzionato le abitudini d’acquisto dei generi alimentari, e l’hanno fatto in tutto il mondo. Quasi sicuramente al supermercato nessuno si comporta (più) da automa ipnotizzato. E la vecchia curiosità che affiorava dalla foto del 1955 si è certamente tramutata in un’accoglienza entusiasta del nuovo luogo.



I rumori delle città
Novembre 16, 2008, 2:14 pm
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Ci sono molti rumori, molti suoni nelle città della post-modernità.
Si possono classificare a seconda di chi li produce, o di dove si producono. Ci sono innanzitutto i rumori dei luoghi, e questi accompagnano le città da quando la rivoluzione industriale mutò l’aspetto delle strade e dei loro frequentatori.
Se una volta il nitrito di un cavallo era comune, oggi in una piazza o in un viale sarà preponderante il rumore dei motori delle automobili.
Ma negli ultimi anni il passaggio dei pedoni era silenzioso, o quasi. Il vociare era caratteristica più che altro adolescenziale, insieme agli stereo a palla portati in spalla (roba da anni ‘80). Oggi il vociare è di tutti, grazie o a causa dei telefonini, che costringono ad alzare il tono di voce per farsi sentire meglio: il sottofondo delle automobili infatti non sempre rende agevole l’ascolto.

Poi ci sono i rumori dei non-luoghi. Al concerto delle automobili si sostituisce un concerto indefinito, fatto di tante voci che si rincorrono e si sovrappongono. I centri commerciali, le stazioni ferroviarie, gli aeroporti (tutti spazi prevalentemente chiusi) rimbombano ciò che la strada disperde, e ci arriva, indefinita, la voce di tutti quelli che ci circondano. In aggiunta, l’altoparlante (che in strada non è mai stato sperimentato, nemmeno dai vigili per dirigere il traffico) è diventato un punto cardinale per chi usa il non-luogo. La sua presenza è quasi rassicurante: ci si trova davvero in stazione, se ad un certo punto viene annunciato un treno. E, qualcuno ironicamente aggiungerebbe, ci si trova davvero in una stazione italiana, se ad un certo punto viene annunciato il ritardo di un treno.

Infine ci sono i vecchi-nuovi punti d’aggregazione. I parchi pubblici, come le panchine in una piazza. Accade che vengano nel tempo convertiti a nuovi usi, o a nuove frequentazioni. Con annessi nuovi “rumori”, voci, suoni. I bonghi del Parco Sempione a Milano non esistevano trent’anni fa, ma sono abituale colonna sonora dei sabati pomeriggio da molto tempo. Al punto che, non sentendoli, ci si potrebbe chiedere se si è davvero al Parco Sempione, o più pragmaticamente che fine hanno fatto.

E ancora, altri luoghi cambiano identità, accompagnati dall’arrivo di nuovi abitanti. E’ il caso di via Benedetto Marcello (nella foto di beppardo, da flickr), sempre a Milano, diventato, con i suoi grandi giardini, punto di ritrovo (soprattutto nel weekend) delle russe, ucraine, bielorusse, moldave, rumene. Donne che lavorano per lo più come badanti durante la settimana e usano il weekend per ritrovarsi, frequentarsi, parlarsi. Ci sono luoghi tipici: al mattino il mercato “etnico” di Cascina Gobba, al pomeriggio il pranzo e le chiacchere in via B. Marcello.
Sedersi a una panchina di questa via, significa ascoltare un “rumore” fatto di voci che s’intersecano tra loro, distinguibili nonostante all’aria aperta e nonostante non si tratti di conversazioni al telefono, in un misto di lingue incomprensibili (per lo più la russa), atipico anche in una città internazionale come Milano.



Milano: il “muro” di Saviano
Novembre 7, 2008, 3:11 pm
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Da una iniziativa spontanea di giovani milanesi che si sono trovati nel blog Saviano Continua, è nato il “Muro di Saviano”. Un intero manifesto murale in via San Vincenzo, composto da volti di giovani sconosciuti che al loro nome di battesimo hanno aggiunto il cognome dello scrittore.
Una sorta di “Siamo tutti Saviano”, come in modo piuttosto fortunato Mentana ha intitolato una puntata del suo Matrix.

Come si vede dalla foto, il manifesto fa il suo effetto e risalta agli occhi di chiunque passi. Più delle semplici pubblicità murali. Questo è in effetti uno splendido esempio di uso pubblico degli spazi al fine di far veicolare un messaggio sociale, politico o comunque d’interesse collettivo. Nello specifico si sono utilizzati circa cinquanta manifesti 70×100, con lo scopo di «dare l’ubiquità a Saviano» nella speranza di diffondere la consapevolezza che lo scrittore dovrebbe continuare a compiere la sua opera di denuncia della camorra e dovrebbe continuare a poterlo fare in Italia.



Milano in fotografia
Giugno 16, 2008, 9:46 pm
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Uno dei modi più semplici ma efficaci di trattare la città sfruttando il metodo visuale è, nel mondo di internet, aprire un sito web dedicato a una città e ricco di gallerie fotografiche a tema.
Ci ha provato, ad esempio, l’anonimo autore di Milano Photo Gallery, un sito che si propone di individuare i nuovi simboli (architettonici e non) del capoluogo lombardo e indagare il cambiamento in quelli già “istituzionalizzati”.
Si va dagli edifici più alti ai trasporti pubblici e ad altro ancora, senza dimenticare gli abitanti, che modificano inevitabilmente la morfologia e l’uso della città.


(università in Bicocca)

Il sito ha un’appendice naturale in un blog creato per intersecare le immagini con opportune considerazioni testuali.



Milano, addio alla Fiera (con vista)
Maggio 12, 2008, 5:42 pm
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Ieri mattina è stato abbattuto il Padiglione 20 dell’attuale Fieramilanocity, che altro non è se non l’antico quartiere fieristico di Milano. Un simbolo della grandezza del capoluogo lombardo.
Farà posto a uno dei nuovi grattacieli previsti (e contestatissimi). L’operazione di abbattimento è durata pochi secondi, una gigantesca implosione preparata con cura da giorni.

Il grattacielo “curvo”, dei tre, è quelo che sostituirà il padiglione. Il più contestato. E’ opera dell’arch. Daniel Libeskind, che ha annunciato un ripensamento per dargli una forma più tradizionale.

Spesso si parla di tecnica del before and after, o rifotografia, per definire quel modo particolare di studiare i cambiamenti che prevede il confronto tra immagini vecchie e nuove di una stessa area. Anziché il prima e il dopo, oggi vi proponiamo il durante.



Il Fuorisalone: la città del design per immagini
Aprile 23, 2008, 6:12 pm
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Il Fuorisalone è un evento collegato da anni al Salone del Mobile di Milano, che si svolge in primavera.
La particolarità del Fuorisalone è quella di coinvolgere il mondo del design milanese in una manifestazione importante come quella fieristica. Ha avuto un successo strepitoso, ogni anno gli eventi sono decine in tutta la città e attraggono almeno altrettanti partecipanti del Salone ufficiale.
Per i non designers e non architetti, il Fuorisalone ha il pregio di mostrare una città diversa, vitale, davvero internazionale e portarla all’esterno degli studi e dei negozi, perché tutti posssano averne un vissuto totale.
Nel contesto del Fuorisalone del 2008, sono state ufficialmente raccolte più di 110mila fotografie, tutte catalogate sul sito internet. Dimostrazione che l’elemento visuale e la funzione documentativa delle immagini è ormai data per scontata nell’ambito delle manifestazioni urbane più moderne e vitali.


evento: Arik Levy, c/o Università degli Studi, fotografia di Gabriele Maggio