Le città contemporanee e il visuale


Dove va la sociologia visuale
Luglio 24, 2009, 2:06 pm
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La conferenza estiva dell’Isva (International Visual Sociology Association) si tiene quest’anno in Inghilterra, a Carlisle (nel nord-ovest, quasi in Scozia).
Terminerà oggi, e per la prima volta si è potuto assistere alla diretta in streaming: nella pagina dedicata su Ustream è possibile anche rivedere alcune delle sessioni di questi giorni.
Nelle numerose sessioni si sono alternati i grandi nomi della sociologia visuale mondiale e alcuni giovani studiosi promettenti, anche italiani. La lettura delle sessioni può essere utile per capire come e dove si sta muovendo la sociologia visuale attualmente.
E’ disponibile anche, per ogni sessione, l’elenco degli abstract.



Studiare i flussi alla Stazione Termini di Roma
Marzo 14, 2009, 1:21 pm
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Riccardo Esposito, giovane (e futuro dottorando) appassionato di ricerca sociale nell’antropologia, nella sociologia e nella comuicazione, ha effettuato insieme a Maria Elena Indelicato una interessante ricerca urbana che si inserisce appieno nella metodologia visuale.
L’obiettivo era quello di studiare i flussi di persone presso la Stazione Termini di Roma, per rispondere alla domanda se esistono percorsi privilegiati soprattutto nelle entrate e nelle uscite, trascurando i movimenti interni alla struttura.
La ricerca (fondata sulla metodologia dell’osservazione partecipante) ha fatto largo uso delle fotografie, scattate dai ricercatori durante i sopralluoghi, come dati di base da cui trarre i risultati.
Non anticipiamo niente, perché tutto il lavoro (liberamente consultabile in rete) è molto interessante.
Diciamo soltanto che Esposito e la Indelicato hanno saggiamente individuato i diversi tipi di frequentatori della Stazione, non dimenticando i soggetti disagiati e gli homeless. Ed inoltre hanno costruito una vera tipologia dei tempi (la divisione della giornata) e degli spazi (i diversi ingressi), a seconda delle funzioni, in modo da analizzare le entrate-uscite in modo comparato.
I movimenti degli «attori del palcoscenico Termini», cioè le persone, sono al centro dell’analisi, che può essere d’ausilio anche come esempio pratico per comprendere lo scopo ultimo possibile di una sociologia per immagini: aiutare il lettore, anche non esperto, a familiarizzare con ciò che sembra ovvio (in questo caso, l’uso di una stazione ferroviaria), e (perché no?) aiutare il decisore istituzionale a migliorare gli spazi in base alle necessità di chi li utilizza.

La ricerca è interamente leggibile e scaricabile dal server di Scribd.



I rituali e la metodologia visuale
Dicembre 18, 2008, 1:46 pm
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Il rito (o rituale) è un modo in cui una cultura si rende manifesta. Rituali sono infatti molti comportamenti che hanno valenza sociale e sono eseguiti sulla base di valori o norme condivise. Ma possiamo estendere il concetto e definire “rituale” un’abitudine, individuale o collettiva, purché però segua precise norme, meglio se codificate.
Negli studi culturali, i riti più comuni sono quelli legati ai vari momenti della vita di una persona (il rito d’iniziazione, quello di passaggio), ma nulla vieta di considerare rituali altri comportamenti collettivi, perfino le elezioni politiche nei sistemi democratici.
Un contesto urbano è scenario, cioè teatro, di innumerevoli riti contemporanei, tutti con valenza sociologica. Ad esempio, ogni volta che viene organizzato uno sciopero, si perpetua il rito della protesta di piazza, anche se esso era nato con contenuti ben differenti, nell’Ottocento.
Fuori dalle città, i rituali sono più diffusi ma anche meno variegati. In campagna o più ancora nelle comunità di montagna, assistiamo a rituali d’interazione semplici, chiari e ripetuti nel tempo. Esiste il fattore-comunità. In una città, l’anomia allenta i legami e anche la necessità di ricorrere a comportamenti standardizzati e immediatamente riconoscibili: in una città, è più forte la ricerca dell’identità personale piuttosto che di quella collettiva.
Ma anche in una città esistono i riti, ad esempio nelle sub-culture, ma non solo. E la metodologia visuale è particolarmente efficace per studiarli, perché il dato visivo (proprio come per l’antropologo che studia il rito d’iniziazione in una comunità di selvaggi) richiama immediatamente i codici non scritti, ma presenti, sulla base dei quali il rituale può perpetrarsi nel tempo.



I Vecchi Credenti visti da Evstafiev
Novembre 7, 2008, 11:51 am
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Abbiamo citato Mikhail Evstafiev parlando del violoncellista di Sarajevo. Evstafiev è un artista e fotografo russo nato nel 1963 da una famiglia di scultori, e non si trovava a Sarajevo per caso. E’ infatti un fotogiornalista. Alcuni suoi lavori di documentazione gli hanno portato molta notorietà.
Uno di questi progetti, Russian Old Believers, fa riferimento a coloro che rifiutano la riforma della religione ortodossa del 17simo secolo e, dunque, conservano una spiritualità e una ritualità molto antiche.
Si tratta di uno spaccato di comunità ovviamente in declino dal punto di vista numerico, ma molto orgogliose di sé stesse e della propria tradizione religiosa.
Il filmato di Youtube è stato caricato direttamente da Evstafiev ed è una raccolta di scatti di questo concept, attraverso la Russia ma anche la Romania, l’Alaska, il Canada e gli Stati Uniti. Infatti gli Antichi Credenti furono perseguitati in Russia fino a quando, nel 1905, e ovviamente solo fino alla Rivoluzione bolscevica, lo zar Nicola II non proclamò la libertà di culto. Nel frattempo molti si erano rifugiati in terre lontane (soprattutto in Alaska ma anche in Canada e nel resto degli Usa), vivendo quasi in isolamento.

Si scoprono comunità legate ad antiche tradizioni, a ritualità scomparse, ad abiti per niente moderni. Si scopre anche che i piccoli gesti quotidiani, dal cibo al gioco, sono sempre condivisi; sembra particolarmente risaltare il legame tra nonni e nipoti.
Importante è anche il lavoro, che nelle comunità è specialmente agricolo o comunque manuale, segno forse di una ancora limitata scolarizzazione rispetto al resto della popolazione (si pensi a una città come quella di Erie, in Pennsylvania, capitale Usa della plastica e della ricerca sui biocarburanti), frutto comunque di almeno due fattori: da un lato l’isolamento comunitario, dall’altro forse il valore della tradizione anche nel lavoro.



I manifesti funebri di Napoli
Ottobre 30, 2008, 3:32 pm
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Abbiamo parlato di città viste con l’occhio del reportage, sia in generale sia (come nel caso di Napoli) su temi specifici. In quel post, a dire il vero, non abbiamo preso in esame un reportage vero e proprio ma abbiamo suggerito di scandagliare siti di condivisione di immagini come Flickr per vedere con l’occhio della gente comune il problema dei rifiuti.
Ora torniamo a parlare della città partenopea, ma in un altro senso. L’occasione ci è data da un sito che avevamo scoperto, salvato in un file e poi dimenticato. Il nome (“Fotografia sociale“) rappresenta perfettamente la documentazione urbana attraverso le fotografie e richiama alla memoria un intero periodo della storia della fotografia: quello dei vari Riis e Hine. Un periodo per la verità mai finito, semplicemente dilatatosi nella produzione di massa di immagini.

Che cos’ha di interessante questo sito? Offre una serie di reportages tematici ambientati a Napoli. Tra i tanti, scegliamo di presentarne uno davvero singolare: “La morte, il dolore e la memoria“. Si tratta di una semplice raccolta di manifesti funebri (ci dispiace se qualcuno troverà macabra la scelta), significativi per due ragioni.
La prima: manifesti funebri nelle grandi città, di solito, non se ne vedono. A Milano, ad esempio, è impossibile incontrarli. Il motivo è che le relazioni interpersonali fuggono dal reticolo del quartiere, si estendono a tutta la provincia (come minimo), sarebbe quindi impensabile stampare tutti i manifesti necessari e affiggerli per tempo. L’antica funzione (comunicare il decesso e gli estremi del funerale) non può essere svolta dai manifesti nelle grandi città. Tranne che, evidentemente, a Napoli.
La seconda, che si lega alla prima: a Napoli resta un attaccamento al quartiere di riferimento. Ciò è dimostrato anche dal fatto che nei manifesti sono presenti i soprannomi con cui la persona era conosciuta nel rione. Un altro elemento che fa di Napoli un’eccezione tra le grandi città.
Naturalmente i soprannomi sono di vario tipo. Si richiamano i mestieri, le idee politiche, le tradizioni familiari e anche qualche situazione improbabile, come la vedova detta “zitella”…

Bisognerebbe approfondire questa peculiarità partenopea all’interno del “classico” discorso sull’anonimato nelle città industriali (e post).



Le strade di Seattle con l’occhio di M. E. Mark
Ottobre 22, 2008, 5:38 pm
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Mary Ellen Mark è una delle più influenti personalità nella fotografia contemporanea. Attiva nel fotogiornalismo e nella fotografia pubblicitaria, è nota tra l’altro per il libro “Streetwise” (1988), una serie di scatti dedicati ai ragazzi della Seattle marginale.
Ne parliamo perché si tratta di un documento eccezionale su una realtà difficilmente immaginabile e avvicinabile. Una realtà che nelle città è sempre esistita, anche prima della Rivoluzione industriale, quella di chi è costretto a vivere ai margini dell’opulenza, dell’operosità e delle abitudini urbane.
La Mark ne “parla” (attraverso la fotocamera) con una delicatezza tutta femminile, narrando non soltanto i volti ma anche i contesti dei bassifondi di Seattle e gli espedienti a cui questi adolescenti sono costretti.

I temi sono estremamente delicati: si va dalla prostituzione adolescenziale agli omicidi. Ma le didascalie, nude e crude, esprimono la “saggezza” della strada di questi ragazzi costretti a crescere troppo in fretta. Emblematica è la fotografia che presentiamo: si tratta di Tiny, una ragazza che si prostituisce. La madre dichiara nella didascalia (p. 2 nel sito): «Pensava che sarei stata molto arrabbiata con lei e l’avrei odiata, ma non è così. E’ solo una fase che sta attraversando».



Sarajevo narrata da Galloway
Giugno 21, 2008, 11:00 am
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Alle scuole elementari ti insegnano a scrivere abbondando nelle descrizioni, forse per rendere ricca la tua narrazione. Poi, più avanti, ti accorgi che i grandi autori non si soffermano più di tanto sulla fisicità dei luoghi: la “scena” traspare dai gesti e dai pensieri dei personaggi, o dalle loro parole. E’ una scena, appunto, e non la protagonista della narrazione.
Ma non c’è niente di più visuale di una città narrata da un grande autore.
Ecco allora lo splendido affresco di Sarajevo a metà degli anni ‘90, mentre è in corso l’assedio delle truppe serbe, narrato da Steven Galloway (nella prima foto) nel “Violoncellista di Sarajevo“, che prende spunto da una vicenda toccante: quella del Maestro Vedran Smailović, che nel 1922 suonò il suo strumento per ventidue giorni di seguito in onore delle ventidue vittime di un bombardamento (seconda foto, di Mikhail Evstafiev).

Galloway fa parlare i cittadini assediati, che vivono la paura degli attacchi in ogni minuto della loro vita e si muovono a Sarajevo senza seguire l’abitudine, anzi cercando e scoprendo angoli e strade che prima non percorrevano mai. Il modo in cui si percepiscono gli spazi muta (un ponte, sotto la mira dei cecchini, si attraversa di corsa, ma l’attesa prima di attraversarlo può essere anche di ore), come cambia l’uso degli spazi stessi.
I cittadini creano nuovi percorsi per raggiungere i luoghi cardine, e anche questi stessi luoghi cambiano: la fabbrica della birra, che in tempo di pace era presumibilmente meta solo di chi vi lavorava, diventa ora un punto obbligato perché è l’unico luogo di Sarajevo con l’acqua.
Nuovi percorsi urbani, dunque, che Galloway narra con rara maestria, tanto che ci si potrebbe immaginare tutto: i palazzi sventrati, i cellophan alle finestre da cui spuntano i fucili dei cecchini, e soprattutto lui, il violoncellista, eroico protagonista di quei giorni drammatici e delle pagine del romanzo.



Milano in fotografia
Giugno 16, 2008, 9:46 pm
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Uno dei modi più semplici ma efficaci di trattare la città sfruttando il metodo visuale è, nel mondo di internet, aprire un sito web dedicato a una città e ricco di gallerie fotografiche a tema.
Ci ha provato, ad esempio, l’anonimo autore di Milano Photo Gallery, un sito che si propone di individuare i nuovi simboli (architettonici e non) del capoluogo lombardo e indagare il cambiamento in quelli già “istituzionalizzati”.
Si va dagli edifici più alti ai trasporti pubblici e ad altro ancora, senza dimenticare gli abitanti, che modificano inevitabilmente la morfologia e l’uso della città.


(università in Bicocca)

Il sito ha un’appendice naturale in un blog creato per intersecare le immagini con opportune considerazioni testuali.



Il comportamento dei pedoni
Maggio 8, 2008, 10:04 pm
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Una delle più interessanti applicazioni della sociologia visuale è lo studio delle dinamiche d’interazione tra i pedoni in un contesto urbano. Il contesto può essere una via, o un punto di transito.
Ciò si inserisce nell’approccio spazialista della sociologia urbana. Secondo questo tipo di studi, la ricerca urbana non può prescindere dall’uso e sviluppo degli spazi pubblici, soprattutto da parte degli individui.

E’ di grande interesse per operare scelte razionali in campo urbanistico, ad esempio quando si vuole riprogettare una piazza. E’ noto il caso di Gae Aulenti che, prima di ridisegnare p.le Cadorna a Milano, ha voluto trascorrere personalmente un’intera giornata per osservare gli spostamenti, in quel caso, delle automobili.

Dirk Helbing, attualmente all’università di Zurigo, si occupa di questo approccio da molto tempo. Nel 2002, ad esempio, teorizzò che il comportamento dei pedoni segue logiche razionali e determina la formazione spontanea di corsie a senso alternato, e altre soluzioni che si possono leggere nei post di PsicoCafé (qui e qui).



Il Fuorisalone: la città del design per immagini
Aprile 23, 2008, 6:12 pm
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Il Fuorisalone è un evento collegato da anni al Salone del Mobile di Milano, che si svolge in primavera.
La particolarità del Fuorisalone è quella di coinvolgere il mondo del design milanese in una manifestazione importante come quella fieristica. Ha avuto un successo strepitoso, ogni anno gli eventi sono decine in tutta la città e attraggono almeno altrettanti partecipanti del Salone ufficiale.
Per i non designers e non architetti, il Fuorisalone ha il pregio di mostrare una città diversa, vitale, davvero internazionale e portarla all’esterno degli studi e dei negozi, perché tutti posssano averne un vissuto totale.
Nel contesto del Fuorisalone del 2008, sono state ufficialmente raccolte più di 110mila fotografie, tutte catalogate sul sito internet. Dimostrazione che l’elemento visuale e la funzione documentativa delle immagini è ormai data per scontata nell’ambito delle manifestazioni urbane più moderne e vitali.


evento: Arik Levy, c/o Università degli Studi, fotografia di Gabriele Maggio