La festa dell’8 marzo è passata, e quest’anno era anche il centenario. E’ caduta di sabato e ciò ha favorito il corteo, esperienza collettiva di uso dello spazio pubblico per protestare o, in questo caso, commemorare un evento o una data.
In Italia quest’anno è stata l’occasione per parlare di diritto al lavoro e diritto all’aborto. Il tema del lavoro è sempre caldo, è quello su cui forse la parità non è stata ancora raggiunta nemmeno nel mondo occidentale. L’aborto ha invece implicazioni sull’attualità politica, anche se ufficialmente nessuno dichiara di voler revisionare la legge 194.
L’altra faccia dell’8 marzo è la serata “per sole donne”, di qualunque età, ma l’impressione milanese è che in vari casi il “sabato sera” tradizionale abbia prevalso: in giro si vedevano soprattutto gruppi di amici misti, e anche parecchie coppie di fidanzati.
L’origine della festa, è noto, è un incendio appiccato dolosamente alla ditta tessile Cotton di New York, nel 1908, mentre vi si trovavano 129 operaie che stavano scioperando (rinchiuse dentro dal padrone) per migliori condizioni di lavoro. E’ chiaro quindi che il senso autentico della festa si trovi soprattutto in quei Paesi, molto lontani dal nostro, in cui le condizioni della donna sono ancora in bilico rispetto al discorso sulla parità. C’è una bella lettera di una donna iraniana (che nel 1980 prese parte al primo corteo dell’8 marzo nel suo Paese) sull’esigenza, a tanti anni di distanza, di «educare le donne al lavoro, innanzitutto, per rendersi indipendenti».
Ma l’8 marzo non è così scontato nelle nostre città, oggettivamente sempre più multietniche. Abbiamo il dovere di chiederci se e in che misura siamo in grado di garantire che i diritti che assegniamo alle “nostre” donne siano rispettati anche per le donne di altre culture, che vivono in mezzo a noi.