Archiviato in: città, esplorazione urbana, sociologia visuale | Tag: Galloway, Sarajevo, Smailovic
Alle scuole elementari ti insegnano a scrivere abbondando nelle descrizioni, forse per rendere ricca la tua narrazione. Poi, più avanti, ti accorgi che i grandi autori non si soffermano più di tanto sulla fisicità dei luoghi: la “scena” traspare dai gesti e dai pensieri dei personaggi, o dalle loro parole. E’ una scena, appunto, e non la protagonista della narrazione.
Ma non c’è niente di più visuale di una città narrata da un grande autore.
Ecco allora lo splendido affresco di Sarajevo a metà degli anni ‘90, mentre è in corso l’assedio delle truppe serbe, narrato da Steven Galloway (nella prima foto) nel “Violoncellista di Sarajevo“, che prende spunto da una vicenda toccante: quella del Maestro Vedran Smailović, che nel 1922 suonò il suo strumento per ventidue giorni di seguito in onore delle ventidue vittime di un bombardamento (seconda foto, di Mikhail Evstafiev).

Galloway fa parlare i cittadini assediati, che vivono la paura degli attacchi in ogni minuto della loro vita e si muovono a Sarajevo senza seguire l’abitudine, anzi cercando e scoprendo angoli e strade che prima non percorrevano mai. Il modo in cui si percepiscono gli spazi muta (un ponte, sotto la mira dei cecchini, si attraversa di corsa, ma l’attesa prima di attraversarlo può essere anche di ore), come cambia l’uso degli spazi stessi.
I cittadini creano nuovi percorsi per raggiungere i luoghi cardine, e anche questi stessi luoghi cambiano: la fabbrica della birra, che in tempo di pace era presumibilmente meta solo di chi vi lavorava, diventa ora un punto obbligato perché è l’unico luogo di Sarajevo con l’acqua.
Nuovi percorsi urbani, dunque, che Galloway narra con rara maestria, tanto che ci si potrebbe immaginare tutto: i palazzi sventrati, i cellophan alle finestre da cui spuntano i fucili dei cecchini, e soprattutto lui, il violoncellista, eroico protagonista di quei giorni drammatici e delle pagine del romanzo.
Uno dei modi più semplici ma efficaci di trattare la città sfruttando il metodo visuale è, nel mondo di internet, aprire un sito web dedicato a una città e ricco di gallerie fotografiche a tema.
Ci ha provato, ad esempio, l’anonimo autore di Milano Photo Gallery, un sito che si propone di individuare i nuovi simboli (architettonici e non) del capoluogo lombardo e indagare il cambiamento in quelli già “istituzionalizzati”.
Si va dagli edifici più alti ai trasporti pubblici e ad altro ancora, senza dimenticare gli abitanti, che modificano inevitabilmente la morfologia e l’uso della città.
Il sito ha un’appendice naturale in un blog creato per intersecare le immagini con opportune considerazioni testuali.
Archiviato in: città, esplorazione urbana, sociologia visuale | Tag: osservazione, pedoni, sociologia spazialista
Una delle più interessanti applicazioni della sociologia visuale è lo studio delle dinamiche d’interazione tra i pedoni in un contesto urbano. Il contesto può essere una via, o un punto di transito.
Ciò si inserisce nell’approccio spazialista della sociologia urbana. Secondo questo tipo di studi, la ricerca urbana non può prescindere dall’uso e sviluppo degli spazi pubblici, soprattutto da parte degli individui.
E’ di grande interesse per operare scelte razionali in campo urbanistico, ad esempio quando si vuole riprogettare una piazza. E’ noto il caso di Gae Aulenti che, prima di ridisegnare p.le Cadorna a Milano, ha voluto trascorrere personalmente un’intera giornata per osservare gli spostamenti, in quel caso, delle automobili.
Dirk Helbing, attualmente all’università di Zurigo, si occupa di questo approccio da molto tempo. Nel 2002, ad esempio, teorizzò che il comportamento dei pedoni segue logiche razionali e determina la formazione spontanea di corsie a senso alternato, e altre soluzioni che si possono leggere nei post di PsicoCafé (qui e qui).
Archiviato in: esplorazione urbana, sociologia | Tag: esperienza urbana, informatica
Uno dei grandi temi della città contemporanea è l’esperienza urbana. Quella stessa esperienza che grandi autori come Poe e Baudelaire, ma anche altri (mi viene in mente “L’assommoir” di Emile Zola) raccontavano.
Oggi è praticamente impossibile prendere una qualunque narrazione di una città e riconoscersi in essa. Innanzitutto vi è una grande pluralità di modelli, per cui ogni città ha peculiarità decisametne diverse dalle altre. E poi, soprattutto, vi è una grande pluralità di protagonisti dell’esperienza urbana.
Le “popolazioni cittadine” si sono diversificate: accanto ai residenti vi sono i pendolari, i businessmen, i city-users, i turisti. Ma anche i flaneaur, molto diversi dall’ottocentesco Baudelaire nella Parigi del suo tempo.
L’esperienza urbana come tale ha molte connessioni con l’urbanistica, perché l’agire architettonico deve incontrare (e non confliggere con) l’agire sociale di coloro che abitano nelle città, di coloro che ne fanno esperienza.
Un’altra frontiera curiosa e interessante collega l’esperienza delle città fisiche con l’esperienza delle città digitali: in altre parole studia l’influenza dei dispositivi digitali e informatici (di cui ormai le città sono piene) rispetto al modo d’interagire e di posizionarsi nel sistema sociale urbano.
Un esempio? L’articolo di Lorenzo Tripodi per DigiMag.
