Le città contemporanee e il visuale


Victoria Beckham e il suo rapporto con Milano
Agosto 5, 2009, 9:56 am
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Questo non è un post sociologico, a meno di non intendere la sociologia in maniera molto vaga ed estesa (si vedano gli scaffali tematici di una qualunque libreria in tal senso).
Si parla di Victoria Beckham, che è stata “ospite” di Milano per qualche mese, mentre il marito militava nel Milan (e forse ci tornerà l’anno prossimo).
La signora Beckham si è fatta subito riconoscere in città (voleva alloggiare nel Castello Sforzesco). Ma negli ultimi giorni, ormai via dall’Italia, ricordando la sua permanenza si è superata.
Prima qualche commento sull’aria condizionata e sullo smog che le rovinano la pelle (e le tolgono qualche milione di euro in creme varie). Poi questa dichiarazione: “Non era facile abbinare il giusto colore del volto con uno sfondo spesso e volentieri grigio fumo, ma ho sempre una equipe di visagisti che mi segue con passione e che sa sempre trovare la soluzione migliore per me“.

Un bel problema in effetti abbinare il proprio volto al “volto” della città. Chissà se le milanesi condividono questo problema.



Milano e la crisi
Luglio 27, 2009, 10:14 am
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Il 14 ottobre 2008 abbiamo scritto un post su come la crisi economica e dei consumi stia ridisegnando le città del mondo occidentale. Ci si soffermava su Londra e New York, perché sono le città-simbolo dei due Paesi in cui il crack finanziario è cominciato, e anche perché sono solite anticipare tendenze che poi saranno visibili altrove.
Effettivamente anche in Italia vi sono segnali di un mutamento di prospettive e usi da parte degli abitanti.
A Milano, per esempio, il direttore del Museo Triennale Bovisa (una recente e periferica “depandance” dell’importante Museo della Triennale) ha deciso di rendere gratuite le mostre di tutto il 2009. Un’immediata risposta al possibile calo di visitatori (si sa che in tempo di crisi l’arte è la prima “spesa” a subire tagli nel bilancio familiare).
Non è soltanto la cultura, però, ad avere risentito della crisi economica. L’indotto turistico ha avuto alcuni problemi nel corso dell’anno. Gli esercenti del centro storico (cioè i bar in cui i milanesi non si siederebbero mai a bere un caffè) lamentavano, a febbraio, un calo del 30-50%  nei coperti. E nel Triangolo della Moda hanno lamentato (anche durante i saldi di gennaio) il calo dei compratori arabi, cinesi e (in parte) russi. Complice anche la crisi di Alitalia, che in quel momento aveva iniziato a tagliare drasticamente i voli diretti per quei Paesi.

Quanto ai milanesi, invece, si può registrare un dato: i negozi etnici sono raddoppiati nel giro di otto anni. Nati come “servizio interno” delle comunità di stranieri, hanno sempre più clienti italiani, grazie agli orari più flessibili e soprattutto ai prezzi più bassi. La città diventa multietnica nei fatti, perché questi esercizi commerciali aprono anche in quartieri non ad alta presenza di immigrati. Da una parte si potrebbe anche essere soddisfatti, questa infatti è una sorta di auto-soluzione al problema di possibili “ghetti” (se con questa parola possono essere definite, a Milano, le varie via Padova e via Paolo Sarpi, e la parola non è molto corretta).



La casa bicolor di Tuzla (Bosnia-Erzegovina)
Aprile 18, 2009, 9:16 am
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L’immagine a fianco è stata scattata nella città di Tuzla, la terza città della Bosnia-Erzegovina, gemellata con Bologna, tristemente nota per il massacro del maggio 1995.
E’ stata scattata dal fotografo Nebojsa Seric Shoba, e ripresa dalla rivista Abitare insieme a un commento dell’architetto Srdjan Jovanovic Weiss dello studio Normal Architecture.
Che cos’è successo a questa casa? Semplice: ci sono stati lavori di ristrutturazione, ma il proprietario del secondo piano si è rifiutato di contribuire. Questo è il risultato. Si chiede Weiss: “esempio di negligenza, di disobbedienza civile o di democrazia partecipativa?”.
Bella domanda. Un po’ tutt’e tre, verrebbe da rispondere in una prima battuta. E’ evidente che in Italia non potrebbe accadere, ci sono norme precise che impediscono a qualcuno di rifiutarsi di contribuire a lavori regolarmente deliberati dal condominio. Il quale in questi casi si occupa semmai di trovare un mutuo agevolato per chi non ce la fa a pagare.

Un effetto (non voluto) è stato però ottenuto: quello di variare il paesaggio urbano delle periferie monotone e monocolore.



Rem Koolhaas: si ritorni al Corviale
Aprile 14, 2009, 12:21 pm
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Forse bisognerebbe chiederlo proprio a Marracash, il rapper milanese della Barona di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi. Bisognerebbe chiedergli che ne pensa dell’uscita di Rem Koolhaas, architetto olandese del prestigioso studio Oma (a sinistra la sua “geniale” proposta per la bandiera dell’Ue, da Wikipedia).
Koolhaas, fresco di una collaborazione con Prada, ha avuto parole d’elogio per il Corviale, Scampia e tutti quei quartieri popolari costruiti negli anni ‘60 e ‘70 in Italia. Un modello, a suo dire, da recuperare.
In che senso? Molti sostengono che quei serpentoni di cemento armato sono letteralmente brutti. Ed è vero. Ma «si trattava di progetti con una funzione sociale-politica importante, a cui sarebbe bene tornare a guardare».
Ed è vero anche questo. Nell’intenzione degli architetti, quei palazzi dovevano superare l’idea di case “belle” per raggiungere obiettivi funzionali, a partire dalla necessità abitativa. Aggiunge Koolhaas: «si costruiva non perché se ne parlasse, ma per dare case».

Dare case, già. Il boom economico era accompagnato da ingenti fenomeni migratori interni. Bisognava mettere letteralmente la gente sotto un tetto, perché erano già spuntate le baracche in periferia. Inammissibile per un Paese occidentale. Vero. E il Corviale, lo Zen, Scampia e tutti gli altri mostri di cemento servirono proprio a dare case.
C’è però da chiedersi se quella fosse l’unica cosa a cui si dovesse pensare in quel periodo. Nessuno critica l’intenzione di costruire per dare una casa, e magari in fretta. Si dice piuttosto (e a un architetto non dovrebbe mai sfuggire) che attorno e dentro questi palazzi non c’era nulla. A dire il vero, proprio al Corviale s’era previsto di riservare un intero piano (non al pianterreno però) ad attività commerciali e a spazi di aggregazione, ma quegli spazi non sono mai stati riempiti.
Non c’era e non c’è nulla, quindi. Se non tante famiglie, costrette a costruire una comunità solidaristica senza (in qualche caso) nemmeno qualche scuola nei paraggi. Questo, e non altro, è il vero fallimento di quartieri che hanno innescato disagio sociale come non mai, e ovviamente terreno fertile per la dispersione scolastica dei più piccoli e, poi, criminalità minuta e organizzata.
Tutto il contrario di quanto un amministratore pubblico auspicherebbe, e un errore grossolano evitabile se, appunto, gli architetti fossero anche un po’ sociologi, o se i Piani Alti del potere ascoltassero i sociologi.

La città sembra essere, sempre più, un delicatissimo equilibrio da confermare ogni giorno, e comunque, rispettando la “regola della media”, vi si troveranno soluzioni di successo e fallimenti. Nulla di male in questo, a patto che poi la gente inscatolata al Corviale o alla Barona non venga lasciata a sé stante, magari con la coscienza a posto perché, almeno, è stato dato loro da abitare.



Chisinau, Moldova: una capitale europea
Aprile 13, 2009, 10:40 am
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La scorsa settimana Chisinau è stata vista in televisione e letta sui giornali. Domenica 5 aprile, alle elezioni politiche, i comunisti al governo hanno (contro le previsioni) rinsaldato ulteriormente la loro maggioranza, ne sono scaturite proteste di piazza sfociate nellal violenza.
Quello che abbiamo visto della capitale moldava è il Palazzo presidenziale che prende in parte fuoco, i vetri spaccati dalle pietre lanciate dai giovani liberali e liberaldemocratici, la bandiera dell’Unione Europea issata sul tetto.
Quello che nessuno ci ha fatto vedere è la vitalità di una capitale di quasi 600mila abitanti, con una percentuale di verde pubblico tra le più alte d’Europa, ricostruita dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica, sede di 12 università pubbliche e 11 private. La più grande, l’Università statale moldava, ha circa 20mila studenti e una libreria che conta quasi 700mila volumi.

Chisinau è considerata una capitale che guarda agli esempi europei, con una scena artistica e notturna piuttosto viva (attrae talenti anche dalla vicina Romania). Nel video sottostante, preso da Youtube, si può capire meglio la forma della città.



La Barona del suo “principe” Marracash
Aprile 12, 2009, 10:02 pm
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Marracash, ormai celebre rapper milanese attivo dal 2004, ha riscosso successo soprattutto a partire dal singolo “Badabum Cha Cha“, uscito nel 2008. Il video del singolo è stato girato interamente nel quartiere della Barona, dove Marracash vive da quando aveva 12 anni.
Una zona periferica e, non diversamente da tante altre, ad alto rischio di degrado; ma anche il quartiere della Nuova Accademia di Belle Arti e dello Iulm, nonché di alcuni locali underground molto conosciuti e centri sociali come il Barrio’s, e del santuario di S. Rita da Cascia. Meta sacra e profana, insomma.

Testo e video raccontano la Barona con gli occhi di un trentenne avvezzo alla strada, che dialoga da una parte con i suoi ascoltatori e dall’altra con la sua gente, che siano i Dogo Gang con cui musicalmente è cresciuto o la gente di Barona, di cui si dichiara “il principe” (“e non di Bel Air”, tiene a precisare nella canzone).
Il Badabum Cha Cha di Marracash scorre liscio e non aggredisce più di tanto né il degrado, su cui c’è spazio per un paio di versi (“i miei fra non vogliono il dramma perché già se lo vivono dai palazzi come pino“), né il conseguente disagio sociale (giusto un accenno: “qui è sangue e mercurio cromo, puro piombo“).
Il video insiste nelle forme squadrate di certe case che non si trovano solo in Barona, bianche e costruite al risparmio, architettura minimalista e in teoria funzionale al bisogno abitativo, non a quelli correlati. Ed insiste sugli angoli più insoliti per un palazzo, quegli spazi inutilizzati tra un portone e l’altro che diventano culla di un disagio giovanile da sfogarsi al momento.

Non c’è, ovviamente, nel video una ricerca sull’uso degli spazi: c’è solo Marracash, con i suoi ospiti, che balla la sua canzone. Com’è giusto che sia. Non c’è quindi, nemmeno, una denuncia esplicita o una specie di real tv. Non ce la dovevamo però aspettare da un video musicale. Mentre i versi di Marracash riempiono il silenzio, il colore seppia sembra restituirlo, dopo che lui e gli altri se ne saranno andati dalla scena.

Più impegnato e anche più impegnativo (per chi non è di Milano, quantomeno) il testo di “Fatti un giro nel quartiere“, un pezzo sempre di Marracash, sempre del 2008, ma meno noto. La traccia è su Youtube.
E sempre su Youtube si può vedere il video di “Badabum Cha Cha” e del backstage, dove si vede meglio la strada (via Mazzolari) e il palazzo scelti per l’ambientazione.



Studiare i flussi alla Stazione Termini di Roma
Marzo 14, 2009, 1:21 pm
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Riccardo Esposito, giovane (e futuro dottorando) appassionato di ricerca sociale nell’antropologia, nella sociologia e nella comuicazione, ha effettuato insieme a Maria Elena Indelicato una interessante ricerca urbana che si inserisce appieno nella metodologia visuale.
L’obiettivo era quello di studiare i flussi di persone presso la Stazione Termini di Roma, per rispondere alla domanda se esistono percorsi privilegiati soprattutto nelle entrate e nelle uscite, trascurando i movimenti interni alla struttura.
La ricerca (fondata sulla metodologia dell’osservazione partecipante) ha fatto largo uso delle fotografie, scattate dai ricercatori durante i sopralluoghi, come dati di base da cui trarre i risultati.
Non anticipiamo niente, perché tutto il lavoro (liberamente consultabile in rete) è molto interessante.
Diciamo soltanto che Esposito e la Indelicato hanno saggiamente individuato i diversi tipi di frequentatori della Stazione, non dimenticando i soggetti disagiati e gli homeless. Ed inoltre hanno costruito una vera tipologia dei tempi (la divisione della giornata) e degli spazi (i diversi ingressi), a seconda delle funzioni, in modo da analizzare le entrate-uscite in modo comparato.
I movimenti degli «attori del palcoscenico Termini», cioè le persone, sono al centro dell’analisi, che può essere d’ausilio anche come esempio pratico per comprendere lo scopo ultimo possibile di una sociologia per immagini: aiutare il lettore, anche non esperto, a familiarizzare con ciò che sembra ovvio (in questo caso, l’uso di una stazione ferroviaria), e (perché no?) aiutare il decisore istituzionale a migliorare gli spazi in base alle necessità di chi li utilizza.

La ricerca è interamente leggibile e scaricabile dal server di Scribd.



Supermercati (dal 1955 ad oggi)
Dicembre 29, 2008, 12:16 am
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Abbiamo parlato recentemente dell’archivio di Life, ora online grazie a un accordo con Google Images. Chiunque sia appassionato di fotografia non può fare a meno, ogni tanto, di sfogliare per data o per tema l’archivio, che è una vera miniera d’oro per osservare i gusti, le abitudini, le espressioni e i rituali della società.
Oggi ci siamo soffermati su questa fotografia, scattata nel 1955 dal fotografo tedesco Ralph Crane.
Siamo alla Fiera di Milano: la gente sta osservando, evidentemente molto incuriosita, il modello di un supermarket americano. Gli italiani non conoscevano ancora un luogo del genere. Il primo punto vendita di GDO sorse infatti, proprio a Milano, due anni dopo, nel 1957, nell’area di un’ex officina di viale Regina Giovanna, e portò il marchio Esselunga fino a pochi mesi fa.
L’esempio di Esselunga (di cui all’inizio aveva la maggioranza assoluta il magnate americano Rockfeller) fu seguito presto da Pam (1958), Gs (1961) e altri. Così in Europa. In Francia, ad esempio, Carrefour fu fondata nel 1958 e Auchan nel 1961.
Gli intellettuali, a cominciare dagli scrittori, si occuparono subito del fenomeno dei supermercati, e non proprio in termini positivi. Italo Calvino racconta di un Marcovaldo eccitato, che gira correndo con il carrello e prende un po’ tutto quel che gli capita, salvo poi accorgersi di avere messo troppa roba per le sue finanze e lasciare quindi i prodotti a casaccio. Intorno una «folla consumatrice», domina la lucentezza dei colori chiari, anche fuori dal supermarket («sfavillare luminoso di finestre e insegne»).
Più o meno così Luciano Bianciardi, che coglie luci sempre accese e musica ad effetto ipnotico. E dipinge frequentatori e cassiere come automi, con le pupille dilatate per le luci e la musica, e l’ambiente come un luogo che spinge a comprare di tutto: «metteteci una catasta di libri, e accecati come sono comprerebbero anche quelli».
Bianciardi aggiunge che qualche giornale già parlava dei supermarket come di nuove agorà, ma in fondo le vecchie drogherie di paese tenevano già tutta la merce e i loro proprietari, in più, avevano un rapporto profondo coi clienti.

Ci sarebbe molto da scrivere sui supermercati e sui loro effetti benefici sui consumi, ma anche su quelli meno benefici a riguardo del tessuto sociale dei quartieri cittadini, che perdono i vecchi e piccoli punti vendita. Resta il fatto che hanno rivoluzionato le abitudini d’acquisto dei generi alimentari, e l’hanno fatto in tutto il mondo. Quasi sicuramente al supermercato nessuno si comporta (più) da automa ipnotizzato. E la vecchia curiosità che affiorava dalla foto del 1955 si è certamente tramutata in un’accoglienza entusiasta del nuovo luogo.



Il Natale a Milano multietnica
Dicembre 26, 2008, 2:53 pm
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Il mio pianerottolo è diventato da alcuni anni multietnico. Gli altri due appartamenti sono abitati da due donne ucraine e da una famiglia egiziana. Si tratta di regolari integrati abbastanza bene. Le due donne lavorano come badanti, spesso ospitano amici e amiche. Il capofamiglia egiziano ha una piccola impresa di pulizie, la figlia più grande è andata a vivere con il fidanzato e la minore si è appena laureata alla Cattolica.
Il Natale, periodo in cui le città cambiano forma soprattutto dal punto di vista esteriore grazie alle luminarie, è anche il momento in cui si segnala la festa con un addobbo fuori dalla porta. Anche quest’anno nel pianerottolo ci sono tre addobbi. E staranno fino a inizio gennaio. Le ucraine infatti, ortodosse non praticanti, aspettano il loro giorno di Natale, che per noi è già arrivato. E gli egiziani, musulmani, partecipano alla festa addobbando anche la loro porta, in ossequio sì alla personalità di Gesù come profeta (che nel Corano è presente), ma soprattutto sentendosi parte di una comunità che in questi giorni festeggia qualcosa. Anche se loro non festeggiano.

Più in generale, le città cambiano forme e colori, un po’ per consumismo, un po’ per abitudine, un po’ per religiosità. E il giorno di Natale, mentre l’abitudine a farsi visita intasa le strade, è anche il giorno si rende più manifesto il carattere multietnico delle nostre città. I non appartenenti alla tradizione cristiana, cioè gli stranieri, tengono aperti i loro (sempre più numerosi) bar, che per clienti hanno solo, o quasi, stranieri, il 25 dicembre. Anche in questi casi talvolta ci sono gli addobbi di festa, perché è un bene accogliere i clienti italiani facendoli sentire “a casa”, ma anche sentirsi parte, come per le porte del mio pianerottolo, di una comunità che festeggia. Ciò nonostante, ci sono quartieri dove i segni della festa sono sporadici, quasi estemporanei. Si tratta dei quartieri più multietnici, che ogni giorno dell’anno sperimentano una convivenza difficile e disorientante, ma anche stimolante.
In quei quartieri non sembra quasi che sia Natale, e il passante frettoloso potrebbe intristirsi di questo. Non è il caso. Natale, in teoria, non è negli addobbi o nell’osservazione, non si posa cioè sul senso più sviluppato (quello della vista), ma sui sentimenti, sul pensiero, sull’emozione. E un sorriso arabo che sembra dire “auguri” è il modo migliore, almeno per un giorno, per sentirsi parte di una società che dialoga davvero.



I rituali e la metodologia visuale
Dicembre 18, 2008, 1:46 pm
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Il rito (o rituale) è un modo in cui una cultura si rende manifesta. Rituali sono infatti molti comportamenti che hanno valenza sociale e sono eseguiti sulla base di valori o norme condivise. Ma possiamo estendere il concetto e definire “rituale” un’abitudine, individuale o collettiva, purché però segua precise norme, meglio se codificate.
Negli studi culturali, i riti più comuni sono quelli legati ai vari momenti della vita di una persona (il rito d’iniziazione, quello di passaggio), ma nulla vieta di considerare rituali altri comportamenti collettivi, perfino le elezioni politiche nei sistemi democratici.
Un contesto urbano è scenario, cioè teatro, di innumerevoli riti contemporanei, tutti con valenza sociologica. Ad esempio, ogni volta che viene organizzato uno sciopero, si perpetua il rito della protesta di piazza, anche se esso era nato con contenuti ben differenti, nell’Ottocento.
Fuori dalle città, i rituali sono più diffusi ma anche meno variegati. In campagna o più ancora nelle comunità di montagna, assistiamo a rituali d’interazione semplici, chiari e ripetuti nel tempo. Esiste il fattore-comunità. In una città, l’anomia allenta i legami e anche la necessità di ricorrere a comportamenti standardizzati e immediatamente riconoscibili: in una città, è più forte la ricerca dell’identità personale piuttosto che di quella collettiva.
Ma anche in una città esistono i riti, ad esempio nelle sub-culture, ma non solo. E la metodologia visuale è particolarmente efficace per studiarli, perché il dato visivo (proprio come per l’antropologo che studia il rito d’iniziazione in una comunità di selvaggi) richiama immediatamente i codici non scritti, ma presenti, sulla base dei quali il rituale può perpetrarsi nel tempo.