Archiviato in: reportage | Tag: Gisele Freund, Google Images, Life, Winston Churchill
Oggi non parliamo di contesti urbani nel senso stretto del termine. Parliamo della rivista americana Life, pietra miliare del fotogiornalismo mondiale. Rifondata nel 1936 dall’editore Henry Luce, in poco tempo divenne il punto di riferimento per vedere, oltre che conoscere, tutti gli avvenimenti mondiali più rilevanti. Fu l’unico organo d’informazione in grado di mandare almeno un reporter su ogni campo di battaglia della seconda guerra mondiale. Su Life vennero pubblicate, ad esempio, le celebri fotografie di Robert Capa dello sbarco in Normandia.
La crisi dovuta al successo della tv trasformò Life da settimanale in mensile, poi, dal 2000 al 2007, in inserto per alcuni quotidiani, fino alla chiusura.
Adesso l’archivio di Life, per ora incompleto (ci vorranno mesi per completarlo), rivive su Google Images, ed è una notizia molto importante perché permette di accedere gratuitamente a milioni di immagini sulla storia e sulla società del Novecento.
Il “colpo” più rilevante della rivista è stata la copertura dei funerali dello statista inglese Winston Churchill, nel 1965 (nella foto in alto). E’ Giséle Freund, lei stessa fotografa per Life, a narrare i particolari nel libro “Fotografia e società”. Life, quando si seppe della malattia di Churchill, affittò appartamenti lungo tutto il percorso teorico del corteo. La celebrazione venne fissata per un sabato, il che era un problema. La rivista, infatti, “chiudeva” il mercoledì per uscire nelle edicole di lunedì.
Il problema si risolse così. Appena dopo il funerale, alcuni motociclisti recapitarono i rullini in aeroporto, dov’era pronto un aereo per Chicago, attrezzato con camere oscure e macchine da scrivere. Durante il volo notturno, una squadra di sviluppatori e una di giornalisti lavorarono insieme per comporre il giornale, che venne stampato di domenica e poté uscire il lunedì. Tutto questo costò 250mila dollari ma fu ampiamente ripagato sia dal successo di vendite sia dal prestigio che Life, se ancora ce ne fosse bisogno, ricavò.
Ci sono molti rumori, molti suoni nelle città della post-modernità.
Si possono classificare a seconda di chi li produce, o di dove si producono. Ci sono innanzitutto i rumori dei luoghi, e questi accompagnano le città da quando la rivoluzione industriale mutò l’aspetto delle strade e dei loro frequentatori.
Se una volta il nitrito di un cavallo era comune, oggi in una piazza o in un viale sarà preponderante il rumore dei motori delle automobili.
Ma negli ultimi anni il passaggio dei pedoni era silenzioso, o quasi. Il vociare era caratteristica più che altro adolescenziale, insieme agli stereo a palla portati in spalla (roba da anni ‘80). Oggi il vociare è di tutti, grazie o a causa dei telefonini, che costringono ad alzare il tono di voce per farsi sentire meglio: il sottofondo delle automobili infatti non sempre rende agevole l’ascolto.
Poi ci sono i rumori dei non-luoghi. Al concerto delle automobili si sostituisce un concerto indefinito, fatto di tante voci che si rincorrono e si sovrappongono. I centri commerciali, le stazioni ferroviarie, gli aeroporti (tutti spazi prevalentemente chiusi) rimbombano ciò che la strada disperde, e ci arriva, indefinita, la voce di tutti quelli che ci circondano. In aggiunta, l’altoparlante (che in strada non è mai stato sperimentato, nemmeno dai vigili per dirigere il traffico) è diventato un punto cardinale per chi usa il non-luogo. La sua presenza è quasi rassicurante: ci si trova davvero in stazione, se ad un certo punto viene annunciato un treno. E, qualcuno ironicamente aggiungerebbe, ci si trova davvero in una stazione italiana, se ad un certo punto viene annunciato il ritardo di un treno.
Infine ci sono i vecchi-nuovi punti d’aggregazione. I parchi pubblici, come le panchine in una piazza. Accade che vengano nel tempo convertiti a nuovi usi, o a nuove frequentazioni. Con annessi nuovi “rumori”, voci, suoni. I bonghi del Parco Sempione a Milano non esistevano trent’anni fa, ma sono abituale colonna sonora dei sabati pomeriggio da molto tempo. Al punto che, non sentendoli, ci si potrebbe chiedere se si è davvero al Parco Sempione, o più pragmaticamente che fine hanno fatto.
E ancora, altri luoghi cambiano identità, accompagnati dall’arrivo di nuovi abitanti. E’ il caso di via Benedetto Marcello (nella foto di beppardo, da flickr), sempre a Milano, diventato, con i suoi grandi giardini, punto di ritrovo (soprattutto nel weekend) delle russe, ucraine, bielorusse, moldave, rumene. Donne che lavorano per lo più come badanti durante la settimana e usano il weekend per ritrovarsi, frequentarsi, parlarsi. Ci sono luoghi tipici: al mattino il mercato “etnico” di Cascina Gobba, al pomeriggio il pranzo e le chiacchere in via B. Marcello.
Sedersi a una panchina di questa via, significa ascoltare un “rumore” fatto di voci che s’intersecano tra loro, distinguibili nonostante all’aria aperta e nonostante non si tratti di conversazioni al telefono, in un misto di lingue incomprensibili (per lo più la russa), atipico anche in una città internazionale come Milano.
Da una iniziativa spontanea di giovani milanesi che si sono trovati nel blog Saviano Continua, è nato il “Muro di Saviano”. Un intero manifesto murale in via San Vincenzo, composto da volti di giovani sconosciuti che al loro nome di battesimo hanno aggiunto il cognome dello scrittore.
Una sorta di “Siamo tutti Saviano”, come in modo piuttosto fortunato Mentana ha intitolato una puntata del suo Matrix.

Come si vede dalla foto, il manifesto fa il suo effetto e risalta agli occhi di chiunque passi. Più delle semplici pubblicità murali. Questo è in effetti uno splendido esempio di uso pubblico degli spazi al fine di far veicolare un messaggio sociale, politico o comunque d’interesse collettivo. Nello specifico si sono utilizzati circa cinquanta manifesti 70×100, con lo scopo di «dare l’ubiquità a Saviano» nella speranza di diffondere la consapevolezza che lo scrittore dovrebbe continuare a compiere la sua opera di denuncia della camorra e dovrebbe continuare a poterlo fare in Italia.
Archiviato in: reportage, sociologia visuale | Tag: Erie, Mikhail Evstafiev, Old Believers
Abbiamo citato Mikhail Evstafiev parlando del violoncellista di Sarajevo. Evstafiev è un artista e fotografo russo nato nel 1963 da una famiglia di scultori, e non si trovava a Sarajevo per caso. E’ infatti un fotogiornalista. Alcuni suoi lavori di documentazione gli hanno portato molta notorietà.
Uno di questi progetti, Russian Old Believers, fa riferimento a coloro che rifiutano la riforma della religione ortodossa del 17simo secolo e, dunque, conservano una spiritualità e una ritualità molto antiche.
Si tratta di uno spaccato di comunità ovviamente in declino dal punto di vista numerico, ma molto orgogliose di sé stesse e della propria tradizione religiosa.
Il filmato di Youtube è stato caricato direttamente da Evstafiev ed è una raccolta di scatti di questo concept, attraverso la Russia ma anche la Romania, l’Alaska, il Canada e gli Stati Uniti. Infatti gli Antichi Credenti furono perseguitati in Russia fino a quando, nel 1905, e ovviamente solo fino alla Rivoluzione bolscevica, lo zar Nicola II non proclamò la libertà di culto. Nel frattempo molti si erano rifugiati in terre lontane (soprattutto in Alaska ma anche in Canada e nel resto degli Usa), vivendo quasi in isolamento.
Si scoprono comunità legate ad antiche tradizioni, a ritualità scomparse, ad abiti per niente moderni. Si scopre anche che i piccoli gesti quotidiani, dal cibo al gioco, sono sempre condivisi; sembra particolarmente risaltare il legame tra nonni e nipoti.
Importante è anche il lavoro, che nelle comunità è specialmente agricolo o comunque manuale, segno forse di una ancora limitata scolarizzazione rispetto al resto della popolazione (si pensi a una città come quella di Erie, in Pennsylvania, capitale Usa della plastica e della ricerca sui biocarburanti), frutto comunque di almeno due fattori: da un lato l’isolamento comunitario, dall’altro forse il valore della tradizione anche nel lavoro.