«Il crac modifica lo stile di vita e il volto delle metropoli». E’ questa la frase chiave di una riflessione di Giuseppe De Bellis su Il Giornale di sabato 11 ottobre, originata dalla crisi finanziaria che sta colpendo le borse, le banche e la società.
Le due città-tipo sono New York e Londra. Le due capitali dell’Occidente capitalista. Le città globali per eccellenza: che attraggono investimenti, menti geniali, turisti, lavoratori da tutto il mondo. E che, di converso, si relazionano con il mondo da una posizione di leadership: sono i “modelli” per eccellenza, i modelli d’eccellenza del “nostro” Occidente. Se vogliamo imitare, è a Londra e a New York che guardiamo. Da almeno due secoli.
Che cosa succede dunque a Londra e a New York? Cambiano le abitudini quotidiane. I ricchi non si vestono più da Hardy Amies, la sartoria dei Beatles e della Regina Elisabetta, e preferiscono cenare a casa (settemila baby-sitter rischiano il posto, un centinaio di ristoranti la chiusura), possibilmente senza sprecare nulla (-15% dei rifiuti domestici negli ultimi sei mesi). E a Manhattan rinunciano al dog-sitter, vezzo newyorkese da film con veduta su Central Park.
Nella capitale britannica, Canary Wharf, imponente centro direzionale, lascia al buio i suoi grattacieli, sede europea di Lehman Brothers e altre banche di rilievo nel crac.
Si svuotano i quartieri un tempo simbolo del primato, presto cambieranno anche gli abitanti. I massimi dirigenti delle banche in crisi stanno lasciando liberi gli appartamenti da sogno, i cui prezzi sono rivalutati al ribasso. Come scrive De Bellis, si sposta l’asse della città. Queens, a due passi da Manhattan, diventa il nuovo possibile cuore di New York. Costa meno cenare, fare acquisti e abitarci.
Prima New York e Londra, ma non finirà qui. Le due città modello sono soltanto l’inizio di una possibile trasformazione che potrebbe toccare altre “città globali” nelle abitudini, negli stili di vita, nell’uso degli spazi.