Abbiamo parlato di città viste con l’occhio del reportage, sia in generale sia (come nel caso di Napoli) su temi specifici. In quel post, a dire il vero, non abbiamo preso in esame un reportage vero e proprio ma abbiamo suggerito di scandagliare siti di condivisione di immagini come Flickr per vedere con l’occhio della gente comune il problema dei rifiuti.
Ora torniamo a parlare della città partenopea, ma in un altro senso. L’occasione ci è data da un sito che avevamo scoperto, salvato in un file e poi dimenticato. Il nome (“Fotografia sociale“) rappresenta perfettamente la documentazione urbana attraverso le fotografie e richiama alla memoria un intero periodo della storia della fotografia: quello dei vari Riis e Hine. Un periodo per la verità mai finito, semplicemente dilatatosi nella produzione di massa di immagini.
Che cos’ha di interessante questo sito? Offre una serie di reportages tematici ambientati a Napoli. Tra i tanti, scegliamo di presentarne uno davvero singolare: “La morte, il dolore e la memoria“. Si tratta di una semplice raccolta di manifesti funebri (ci dispiace se qualcuno troverà macabra la scelta), significativi per due ragioni.
La prima: manifesti funebri nelle grandi città, di solito, non se ne vedono. A Milano, ad esempio, è impossibile incontrarli. Il motivo è che le relazioni interpersonali fuggono dal reticolo del quartiere, si estendono a tutta la provincia (come minimo), sarebbe quindi impensabile stampare tutti i manifesti necessari e affiggerli per tempo. L’antica funzione (comunicare il decesso e gli estremi del funerale) non può essere svolta dai manifesti nelle grandi città. Tranne che, evidentemente, a Napoli.
La seconda, che si lega alla prima: a Napoli resta un attaccamento al quartiere di riferimento. Ciò è dimostrato anche dal fatto che nei manifesti sono presenti i soprannomi con cui la persona era conosciuta nel rione. Un altro elemento che fa di Napoli un’eccezione tra le grandi città.
Naturalmente i soprannomi sono di vario tipo. Si richiamano i mestieri, le idee politiche, le tradizioni familiari e anche qualche situazione improbabile, come la vedova detta “zitella”…
Bisognerebbe approfondire questa peculiarità partenopea all’interno del “classico” discorso sull’anonimato nelle città industriali (e post).
Archiviato in: città, reportage, sociologia visuale | Tag: Mary Ellen Mark, Seattle
Mary Ellen Mark è una delle più influenti personalità nella fotografia contemporanea. Attiva nel fotogiornalismo e nella fotografia pubblicitaria, è nota tra l’altro per il libro “Streetwise” (1988), una serie di scatti dedicati ai ragazzi della Seattle marginale.
Ne parliamo perché si tratta di un documento eccezionale su una realtà difficilmente immaginabile e avvicinabile. Una realtà che nelle città è sempre esistita, anche prima della Rivoluzione industriale, quella di chi è costretto a vivere ai margini dell’opulenza, dell’operosità e delle abitudini urbane.
La Mark ne “parla” (attraverso la fotocamera) con una delicatezza tutta femminile, narrando non soltanto i volti ma anche i contesti dei bassifondi di Seattle e gli espedienti a cui questi adolescenti sono costretti.
I temi sono estremamente delicati: si va dalla prostituzione adolescenziale agli omicidi. Ma le didascalie, nude e crude, esprimono la “saggezza” della strada di questi ragazzi costretti a crescere troppo in fretta. Emblematica è la fotografia che presentiamo: si tratta di Tiny, una ragazza che si prostituisce. La madre dichiara nella didascalia (p. 2 nel sito): «Pensava che sarei stata molto arrabbiata con lei e l’avrei odiata, ma non è così. E’ solo una fase che sta attraversando».
Arthur Felling, in arte Weegee, è stato uno dei più grandi fotografi americani del secolo scorso. Originario di una città dell’Impero austro-ungarico ora in territorio ucraino, emigra con la famiglia a Manhattan in seguito ai primi movimenti antisemiti.
Avvicinatosi alla fotografia, è free lance dal 1936 e prende a frequentare la Polizia newyorkese, specializzandosi in ritratti di malviventi. Poi è autorizzato a installare nella sua auto la radio della Polizia, così potendo giungere sui luoghi dei delitti contemporaneamente ad essa.
E il suo lavoro, anche grazie a questo accorgimento, ha molto successo: egli vende le sue fotografie a tutti i principali quotidiani della città e si costruisce una fama che lo porterà prima a Hollywood, come collaboratore di Stanley Kubrick per il film “Dottor Stranamore”, poi in Europa.
Queste poche notizie biografiche danno la cifra di chi era Weegee: un appassionato di fotografia che con grande intraprendenza riesce a portare avanti un lavoro di primissimo livello nella narrazione della città.
Sta facendo il giro del mondo una mostra a lui dedicata, Unknown Weegee, che è partita da New York e questo mese è giunta a Milano.
Le sue fotografie restituiscono una città cruda, feroce, oscura come la notte teatro degli assassinii (prima fotografia, 1942). E i suoi abitanti più ai margini: fragili, insicuri, che patiscono il troppo freddo d’inverno, d’estate il troppo caldo.
E per la prima volta nel fotogiornalismo, i curiosi (seconda fotografia, 1943). Quelli che si radunano davanti alla scena del crimine, quelli che si sentono partecipi di un avvenimento in città.
Nelle sue didascalie non ci sono giudizi. C’è anzi perfino del garantismo giudiziario, come quando ritrae gli arrestati nel posto di Polizia: Weegee preferisce annotare “accusato di omicidio”, piuttosto che “omicida”.
Il suo lavoro, ai limiti del coraggio e dell’intraprendenza, è un grande esempio di fotogiornalismo del XX secolo.
(fonti fotografiche: The New York Times. Vedere anche l’articolo su “Unknown Weegee“)
«Il crac modifica lo stile di vita e il volto delle metropoli». E’ questa la frase chiave di una riflessione di Giuseppe De Bellis su Il Giornale di sabato 11 ottobre, originata dalla crisi finanziaria che sta colpendo le borse, le banche e la società.
Le due città-tipo sono New York e Londra. Le due capitali dell’Occidente capitalista. Le città globali per eccellenza: che attraggono investimenti, menti geniali, turisti, lavoratori da tutto il mondo. E che, di converso, si relazionano con il mondo da una posizione di leadership: sono i “modelli” per eccellenza, i modelli d’eccellenza del “nostro” Occidente. Se vogliamo imitare, è a Londra e a New York che guardiamo. Da almeno due secoli.
Che cosa succede dunque a Londra e a New York? Cambiano le abitudini quotidiane. I ricchi non si vestono più da Hardy Amies, la sartoria dei Beatles e della Regina Elisabetta, e preferiscono cenare a casa (settemila baby-sitter rischiano il posto, un centinaio di ristoranti la chiusura), possibilmente senza sprecare nulla (-15% dei rifiuti domestici negli ultimi sei mesi). E a Manhattan rinunciano al dog-sitter, vezzo newyorkese da film con veduta su Central Park.
Nella capitale britannica, Canary Wharf, imponente centro direzionale, lascia al buio i suoi grattacieli, sede europea di Lehman Brothers e altre banche di rilievo nel crac.
Si svuotano i quartieri un tempo simbolo del primato, presto cambieranno anche gli abitanti. I massimi dirigenti delle banche in crisi stanno lasciando liberi gli appartamenti da sogno, i cui prezzi sono rivalutati al ribasso. Come scrive De Bellis, si sposta l’asse della città. Queens, a due passi da Manhattan, diventa il nuovo possibile cuore di New York. Costa meno cenare, fare acquisti e abitarci.
Prima New York e Londra, ma non finirà qui. Le due città modello sono soltanto l’inizio di una possibile trasformazione che potrebbe toccare altre “città globali” nelle abitudini, negli stili di vita, nell’uso degli spazi.