Sono lontani anni luce i tempi in cui Lewis Hine, fotografo ufficiale del cantiere dell’Empire State Building, scattava fotografie come questa del 1930:
Hine lo faceva per mostrare quanto poco sicura fosse la condizione di lavoro dei muratori all’epoca. Nel frattempo sono passate molte leggi sulla sicurezza nel lavoro. La nostra sensibilità è certamente aumentata.
Così colpisce vedere, nella photogallery del free-press 24 Minuti del 27 marzo 2008, questa immagine che ritrae operai al lavoro allo Stadio Nazionale di Pechino, la cui ristrutturazione è in ritardo rispetto all’inizio delle Olimpiadi:
«Sostenuti da semplici imbragature», recita la didascalia. In più, ci sono solo gli elmetti.
Elisabeth Cosimi, fotografa francese, ha realizzato nel 2005 un reportage intitolato “Mirage d’Europe” sull’arrivo dei migranti nel suolo europeo: prevalentemente la Sicilia e Malta.
Si tratta di un lavoro molto accurato che tra l’altro ha appena avuto l’onore di una mostra a Parigi, alla Galleria Confluences. Il reportage non riguarda direttamente la vita nelle città, ma ci ha fatto venire in mente subito ciò che Jacob Riis faceva a New York a fine Ottocento: fotografava gli immigrati quando scendevano dalle navi e li seguiva fino ai sobborghi dove trovavano un tetto.
Un fatto è certo: per comprendere davvero la vita quotidiana del migrante bisogna risalire anche al momento dell’arrivo. Ecco perché questo reportage, che non tratta di aree urbane, è molto interessante per noi.
Tra l’altro la Cosimi si sofferma sulla quotidianità nei centri di prima accoglienza, che spesso sono il presagio di ciò che, nelle grandi città, aspetterà queste persone: sovraffollamento e condizioni molto precarie di igiene.

(da “Mirage d’Europe” di Elisabeth Cosimi)
Un tema significativo della sociologia urbana è quello dei nuovi spazi di consumo, da quando Marc Augé li ha definiti non-luoghi perché sorti appositamente per una funzione, senza possedere una storia propria pregressa che avesse sedimentato l’abitudine al commercio.
I centri commerciali costituiscono un city-frame del tutto nuovo, e modificano anche i modi e i tempi delle relazioni sociali. Ne parla Massimo Ilardi, sociologo dell’università di Ascoli, in questa bella intervista.

(di cicciopizzettaro. Immagine qui)
In anni di web 2:0 e social networks, si parla spesso di “autore diffuso” per segnalare l’abitudine ormai consolidata a documentare “in proprio” le realtà scottanti della nostra società.
Quasi ogni tema d’attualità, soprattutto se legato alle metropoli, si presta a questa autodiffusione di contenuti a sfondo documentario. Prendiamo Napoli e l’emergenza rifiuti: inserendo nel motore di ricerca “napoli” e “rifiuti” si trovano circa 300 risultati, tra cui alcuni piuttosto scioccanti, come questo:

(di mariodelbosco. Immagine qui)
Ancora non ci sono immagini provenienti da turisti. Ciò è spiegabile col fatto che le prenotazioni alberghiere sono crollate a picco. Quale che sia il prossimo governo, dovrà mettere mano alla situazione quanto prima.
Comunque sia, l’autodiffusione di contenuti a sfondo documentaristico è sempre più frequente e si coglie bene la ricerca di immagini che possano “colpire” l’immaginario, avere un impatto emotivo. Che è una delle qualità che trasformano un reportage in un buon reportage.
Archiviato in: reportage, sociologia visuale, tempo libero | Tag: alcool, sentimenti, wakefield
James Wakefield è un fotografo di 24 anni, inglese, laureato in fotografia alla Manchester Metropolitan University. Ha deciso di mettere online il materiale da lui prodotto in anni di dedizione alla sua passione.
Si auto-iscrive al documentarismo sociale, è partito dalla street photography ma ora predilige i reportage sugli stili di vita. E proprio in questo senso va il lavoro che vi propongo.
Si chiama “Still looking” e prende spunto da un analogo lavoro nei primi anni ‘80 da parte di Tom Wood, “Looking for love”, in cui veniva indagato il rapporto tra l’alcool e i comportamenti sociali.
Wakefield ha portato la sua macchina fotografica nei nightclubs di Leeds e Manchester, tra il 2005 e il 2006.

(James Wakefield, da “Still looking”)
La festa dell’8 marzo è passata, e quest’anno era anche il centenario. E’ caduta di sabato e ciò ha favorito il corteo, esperienza collettiva di uso dello spazio pubblico per protestare o, in questo caso, commemorare un evento o una data.
In Italia quest’anno è stata l’occasione per parlare di diritto al lavoro e diritto all’aborto. Il tema del lavoro è sempre caldo, è quello su cui forse la parità non è stata ancora raggiunta nemmeno nel mondo occidentale. L’aborto ha invece implicazioni sull’attualità politica, anche se ufficialmente nessuno dichiara di voler revisionare la legge 194.
L’altra faccia dell’8 marzo è la serata “per sole donne”, di qualunque età, ma l’impressione milanese è che in vari casi il “sabato sera” tradizionale abbia prevalso: in giro si vedevano soprattutto gruppi di amici misti, e anche parecchie coppie di fidanzati.
L’origine della festa, è noto, è un incendio appiccato dolosamente alla ditta tessile Cotton di New York, nel 1908, mentre vi si trovavano 129 operaie che stavano scioperando (rinchiuse dentro dal padrone) per migliori condizioni di lavoro. E’ chiaro quindi che il senso autentico della festa si trovi soprattutto in quei Paesi, molto lontani dal nostro, in cui le condizioni della donna sono ancora in bilico rispetto al discorso sulla parità. C’è una bella lettera di una donna iraniana (che nel 1980 prese parte al primo corteo dell’8 marzo nel suo Paese) sull’esigenza, a tanti anni di distanza, di «educare le donne al lavoro, innanzitutto, per rendersi indipendenti».
Ma l’8 marzo non è così scontato nelle nostre città, oggettivamente sempre più multietniche. Abbiamo il dovere di chiederci se e in che misura siamo in grado di garantire che i diritti che assegniamo alle “nostre” donne siano rispettati anche per le donne di altre culture, che vivono in mezzo a noi.

