Le città contemporanee e il visuale


Sarajevo narrata da Galloway
Giugno 21, 2008, 11:00 am
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Alle scuole elementari ti insegnano a scrivere abbondando nelle descrizioni, forse per rendere ricca la tua narrazione. Poi, più avanti, ti accorgi che i grandi autori non si soffermano più di tanto sulla fisicità dei luoghi: la “scena” traspare dai gesti e dai pensieri dei personaggi, o dalle loro parole. E’ una scena, appunto, e non la protagonista della narrazione.
Ma non c’è niente di più visuale di una città narrata da un grande autore.
Ecco allora lo splendido affresco di Sarajevo a metà degli anni ‘90, mentre è in corso l’assedio delle truppe serbe, narrato da Steven Galloway (nella prima foto) nel “Violoncellista di Sarajevo“, che prende spunto da una vicenda toccante: quella del Maestro Vedran Smailović, che nel 1922 suonò il suo strumento per ventidue giorni di seguito in onore delle ventidue vittime di un bombardamento (seconda foto, di Mikhail Evstafiev).

Galloway fa parlare i cittadini assediati, che vivono la paura degli attacchi in ogni minuto della loro vita e si muovono a Sarajevo senza seguire l’abitudine, anzi cercando e scoprendo angoli e strade che prima non percorrevano mai. Il modo in cui si percepiscono gli spazi muta (un ponte, sotto la mira dei cecchini, si attraversa di corsa, ma l’attesa prima di attraversarlo può essere anche di ore), come cambia l’uso degli spazi stessi.
I cittadini creano nuovi percorsi per raggiungere i luoghi cardine, e anche questi stessi luoghi cambiano: la fabbrica della birra, che in tempo di pace era presumibilmente meta solo di chi vi lavorava, diventa ora un punto obbligato perché è l’unico luogo di Sarajevo con l’acqua.
Nuovi percorsi urbani, dunque, che Galloway narra con rara maestria, tanto che ci si potrebbe immaginare tutto: i palazzi sventrati, i cellophan alle finestre da cui spuntano i fucili dei cecchini, e soprattutto lui, il violoncellista, eroico protagonista di quei giorni drammatici e delle pagine del romanzo.



Milano in fotografia
Giugno 16, 2008, 9:46 pm
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Uno dei modi più semplici ma efficaci di trattare la città sfruttando il metodo visuale è, nel mondo di internet, aprire un sito web dedicato a una città e ricco di gallerie fotografiche a tema.
Ci ha provato, ad esempio, l’anonimo autore di Milano Photo Gallery, un sito che si propone di individuare i nuovi simboli (architettonici e non) del capoluogo lombardo e indagare il cambiamento in quelli già “istituzionalizzati”.
Si va dagli edifici più alti ai trasporti pubblici e ad altro ancora, senza dimenticare gli abitanti, che modificano inevitabilmente la morfologia e l’uso della città.


(università in Bicocca)

Il sito ha un’appendice naturale in un blog creato per intersecare le immagini con opportune considerazioni testuali.



Roma vista da Gabriele Basilico
Giugno 11, 2008, 10:03 pm
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Il fotografo milanese Gabriele Basilico, laureato in architetttura e grande esperto di fotografia urbana, ha presentato il suo ultimo libro monografico, dedicato alla città di Roma e derivato dalla committenza del Festival di Fotografia del 2007.
Basilico ha sempre fotografato in b/n salvo eccezioni, e ha sempre privilegiato l’illustrazione dei paesaggi propriamente urbani legati alla città che cambia: ad esempio la Beirut bombardata, ma anche le fabbriche dismesse nelle periferia.
Con il lavoro su Roma, invece, si dedica completamente al colore. Incappato in giornate uggiose, fotografa una Roma semi-sconosciuta adagiata sulle rive del Tevere (scelto come ideale strada e direttrice) o poco al di là del fiume, dedicandosi alle luci più opache possibili e a colori che la critica Roberta Valtorta definisce «da città lontana dal mare, come Roma però non è».
Basilico non trova “vuoti”, anche perché il Tevere non lo è, essendo pieno d’acqua: e tuttavia non rifugge dai vuoti perché, dice, essi fanno parte dell’esperienza quotidiana di tutti. E introduce così un discorso affine alla sociologia spazialista, senza però addentrarvisi.

Come altre volte, Basilico tenta di «raccontare il decadimento di una città senza infierire, cercando comunque un ordine». Egli afferma che la fotografia ha sostituito il pensare la città, ovvero quell’attività che, a suo dire, si faceva nelle facoltà di architettura negli anni ‘70. Ma per lui la fotografia si limita a quello: a documentare. Non può andare molto oltre. Anche qui, dunque, egli preferisce non addentrarsi appieno nel terreno della sociologia.

Il libro:
Gabriele Basilico, Roma 2007, Baldini Castoldi Dalai Editore (2008).
L’intervista:
Gabriele Basilico conversa con Angela Madesani, da Sull’arte.

Castel Giubileo, da Sull’arte



Milano, addio alla Fiera (con vista)
Maggio 12, 2008, 5:42 pm
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Ieri mattina è stato abbattuto il Padiglione 20 dell’attuale Fieramilanocity, che altro non è se non l’antico quartiere fieristico di Milano. Un simbolo della grandezza del capoluogo lombardo.
Farà posto a uno dei nuovi grattacieli previsti (e contestatissimi). L’operazione di abbattimento è durata pochi secondi, una gigantesca implosione preparata con cura da giorni.

Il grattacielo “curvo”, dei tre, è quelo che sostituirà il padiglione. Il più contestato. E’ opera dell’arch. Daniel Libeskind, che ha annunciato un ripensamento per dargli una forma più tradizionale.

Spesso si parla di tecnica del before and after, o rifotografia, per definire quel modo particolare di studiare i cambiamenti che prevede il confronto tra immagini vecchie e nuove di una stessa area. Anziché il prima e il dopo, oggi vi proponiamo il durante.



Il comportamento dei pedoni
Maggio 8, 2008, 10:04 pm
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Una delle più interessanti applicazioni della sociologia visuale è lo studio delle dinamiche d’interazione tra i pedoni in un contesto urbano. Il contesto può essere una via, o un punto di transito.
Ciò si inserisce nell’approccio spazialista della sociologia urbana. Secondo questo tipo di studi, la ricerca urbana non può prescindere dall’uso e sviluppo degli spazi pubblici, soprattutto da parte degli individui.

E’ di grande interesse per operare scelte razionali in campo urbanistico, ad esempio quando si vuole riprogettare una piazza. E’ noto il caso di Gae Aulenti che, prima di ridisegnare p.le Cadorna a Milano, ha voluto trascorrere personalmente un’intera giornata per osservare gli spostamenti, in quel caso, delle automobili.

Dirk Helbing, attualmente all’università di Zurigo, si occupa di questo approccio da molto tempo. Nel 2002, ad esempio, teorizzò che il comportamento dei pedoni segue logiche razionali e determina la formazione spontanea di corsie a senso alternato, e altre soluzioni che si possono leggere nei post di PsicoCafé (qui e qui).



Il Fuorisalone: la città del design per immagini
Aprile 23, 2008, 6:12 pm
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Il Fuorisalone è un evento collegato da anni al Salone del Mobile di Milano, che si svolge in primavera.
La particolarità del Fuorisalone è quella di coinvolgere il mondo del design milanese in una manifestazione importante come quella fieristica. Ha avuto un successo strepitoso, ogni anno gli eventi sono decine in tutta la città e attraggono almeno altrettanti partecipanti del Salone ufficiale.
Per i non designers e non architetti, il Fuorisalone ha il pregio di mostrare una città diversa, vitale, davvero internazionale e portarla all’esterno degli studi e dei negozi, perché tutti posssano averne un vissuto totale.
Nel contesto del Fuorisalone del 2008, sono state ufficialmente raccolte più di 110mila fotografie, tutte catalogate sul sito internet. Dimostrazione che l’elemento visuale e la funzione documentativa delle immagini è ormai data per scontata nell’ambito delle manifestazioni urbane più moderne e vitali.


evento: Arik Levy, c/o Università degli Studi, fotografia di Gabriele Maggio



L’esperienza urbana nelle città digitali
Aprile 10, 2008, 8:24 pm
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Uno dei grandi temi della città contemporanea è l’esperienza urbana. Quella stessa esperienza che grandi autori come Poe e Baudelaire, ma anche altri (mi viene in mente “L’assommoir” di Emile Zola) raccontavano.
Oggi è praticamente impossibile prendere una qualunque narrazione di una città e riconoscersi in essa. Innanzitutto vi è una grande pluralità di modelli, per cui ogni città ha peculiarità decisametne diverse dalle altre. E poi, soprattutto, vi è una grande pluralità di protagonisti dell’esperienza urbana.
Le “popolazioni cittadine” si sono diversificate: accanto ai residenti vi sono i pendolari, i businessmen, i city-users, i turisti. Ma anche i flaneaur, molto diversi dall’ottocentesco Baudelaire nella Parigi del suo tempo.

L’esperienza urbana come tale ha molte connessioni con l’urbanistica, perché l’agire architettonico deve incontrare (e non confliggere con) l’agire sociale di coloro che abitano nelle città, di coloro che ne fanno esperienza.
Un’altra frontiera curiosa e interessante collega l’esperienza delle città fisiche con l’esperienza delle città digitali: in altre parole studia l’influenza dei dispositivi digitali e informatici (di cui ormai le città sono piene) rispetto al modo d’interagire e di posizionarsi nel sistema sociale urbano.
Un esempio? L’articolo di Lorenzo Tripodi per DigiMag.



Camminare, la nuova frontiera dell’urbanesimo
Aprile 2, 2008, 9:50 am
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Sembra strano a dirsi, ma camminare può essere inteso come uno studio urbano fai-da-te. Non si tratta di esplorazione urbana in senso stretto, che si occupa delle aree cittadine “ai limiti”, come gli edifici abbandonati, i tunnel, gli edifici di solito riservati agli addetti ai lavori, i sotterranei delle città e così via.
Camminare è quel semplice modo di spostarsi che tutti noi usiamo.

La connessione con gli studi visuali sta nel fatto che, mentre si cammina, si può documentare con la macchina fotografica lo spazio attraversato, in due modi diversi: o in termini di illustrazione passiva o in termini di interazione. Nel secondo caso lo spazio, almeno in teoria, si modifica mentre lo attraversiamo. La fotografia diventa allora ancora più interessante.

Così come la realtà è una costruzione sociale di tutti noi, la città stessa è in continua trasformazione a causa dell’uso che se ne fa, e in questo senso camminare non è l’unico uso individuale che porta a una trasformazione, ma è quello più praticabile per documentarla contemporaneamente.

Tra i vari contributi segnalo “Walking as do-it-yourself urbanism” (2004-2007) di Kenny Cupers, dell’Università Goldsmith di Londra.



Sicurezza sul lavoro, 1930-2008
Marzo 27, 2008, 11:47 pm
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Sono lontani anni luce i tempi in cui Lewis Hine, fotografo ufficiale del cantiere dell’Empire State Building, scattava fotografie come questa del 1930:

Lewis Hine, Empire State Building

Hine lo faceva per mostrare quanto poco sicura fosse la condizione di lavoro dei muratori all’epoca. Nel frattempo sono passate molte leggi sulla sicurezza nel lavoro. La nostra sensibilità è certamente aumentata.
Così colpisce vedere, nella photogallery del free-press 24 Minuti del 27 marzo 2008, questa immagine che ritrae operai al lavoro allo Stadio Nazionale di Pechino, la cui ristrutturazione è in ritardo rispetto all’inizio delle Olimpiadi:

lavoratori-cina.jpg

«Sostenuti da semplici imbragature», recita la didascalia. In più, ci sono solo gli elmetti.



Reportage: l’arrivo dei migranti
Marzo 14, 2008, 1:09 am
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Elisabeth Cosimi, fotografa francese, ha realizzato nel 2005 un reportage intitolato “Mirage d’Europe” sull’arrivo dei migranti nel suolo europeo: prevalentemente la Sicilia e Malta.
Si tratta di un lavoro molto accurato che tra l’altro ha appena avuto l’onore di una mostra a Parigi, alla Galleria Confluences. Il reportage non riguarda direttamente la vita nelle città, ma ci ha fatto venire in mente subito ciò che Jacob Riis faceva a New York a fine Ottocento: fotografava gli immigrati quando scendevano dalle navi e li seguiva fino ai sobborghi dove trovavano un tetto.
Un fatto è certo: per comprendere davvero la vita quotidiana del migrante bisogna risalire anche al momento dell’arrivo. Ecco perché questo reportage, che non tratta di aree urbane, è molto interessante per noi.
Tra l’altro la Cosimi si sofferma sulla quotidianità nei centri di prima accoglienza, che spesso sono il presagio di ciò che, nelle grandi città, aspetterà queste persone: sovraffollamento e condizioni molto precarie di igiene.


(da “Mirage d’Europe” di Elisabeth Cosimi)