L’immagine a fianco è stata scattata nella città di Tuzla, la terza città della Bosnia-Erzegovina, gemellata con Bologna, tristemente nota per il massacro del maggio 1995.
E’ stata scattata dal fotografo Nebojsa Seric Shoba, e ripresa dalla rivista Abitare insieme a un commento dell’architetto Srdjan Jovanovic Weiss dello studio Normal Architecture.
Che cos’è successo a questa casa? Semplice: ci sono stati lavori di ristrutturazione, ma il proprietario del secondo piano si è rifiutato di contribuire. Questo è il risultato. Si chiede Weiss: “esempio di negligenza, di disobbedienza civile o di democrazia partecipativa?”.
Bella domanda. Un po’ tutt’e tre, verrebbe da rispondere in una prima battuta. E’ evidente che in Italia non potrebbe accadere, ci sono norme precise che impediscono a qualcuno di rifiutarsi di contribuire a lavori regolarmente deliberati dal condominio. Il quale in questi casi si occupa semmai di trovare un mutuo agevolato per chi non ce la fa a pagare.
Un effetto (non voluto) è stato però ottenuto: quello di variare il paesaggio urbano delle periferie monotone e monocolore.
Forse bisognerebbe chiederlo proprio a Marracash, il rapper milanese della Barona di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi. Bisognerebbe chiedergli che ne pensa dell’uscita di Rem Koolhaas, architetto olandese del prestigioso studio Oma (a sinistra la sua “geniale” proposta per la bandiera dell’Ue, da Wikipedia).
Koolhaas, fresco di una collaborazione con Prada, ha avuto parole d’elogio per il Corviale, Scampia e tutti quei quartieri popolari costruiti negli anni ‘60 e ‘70 in Italia. Un modello, a suo dire, da recuperare.
In che senso? Molti sostengono che quei serpentoni di cemento armato sono letteralmente brutti. Ed è vero. Ma «si trattava di progetti con una funzione sociale-politica importante, a cui sarebbe bene tornare a guardare».
Ed è vero anche questo. Nell’intenzione degli architetti, quei palazzi dovevano superare l’idea di case “belle” per raggiungere obiettivi funzionali, a partire dalla necessità abitativa. Aggiunge Koolhaas: «si costruiva non perché se ne parlasse, ma per dare case».
Dare case, già. Il boom economico era accompagnato da ingenti fenomeni migratori interni. Bisognava mettere letteralmente la gente sotto un tetto, perché erano già spuntate le baracche in periferia. Inammissibile per un Paese occidentale. Vero. E il Corviale, lo Zen, Scampia e tutti gli altri mostri di cemento servirono proprio a dare case.
C’è però da chiedersi se quella fosse l’unica cosa a cui si dovesse pensare in quel periodo. Nessuno critica l’intenzione di costruire per dare una casa, e magari in fretta. Si dice piuttosto (e a un architetto non dovrebbe mai sfuggire) che attorno e dentro questi palazzi non c’era nulla. A dire il vero, proprio al Corviale s’era previsto di riservare un intero piano (non al pianterreno però) ad attività commerciali e a spazi di aggregazione, ma quegli spazi non sono mai stati riempiti.
Non c’era e non c’è nulla, quindi. Se non tante famiglie, costrette a costruire una comunità solidaristica senza (in qualche caso) nemmeno qualche scuola nei paraggi. Questo, e non altro, è il vero fallimento di quartieri che hanno innescato disagio sociale come non mai, e ovviamente terreno fertile per la dispersione scolastica dei più piccoli e, poi, criminalità minuta e organizzata.
Tutto il contrario di quanto un amministratore pubblico auspicherebbe, e un errore grossolano evitabile se, appunto, gli architetti fossero anche un po’ sociologi, o se i Piani Alti del potere ascoltassero i sociologi.
La città sembra essere, sempre più, un delicatissimo equilibrio da confermare ogni giorno, e comunque, rispettando la “regola della media”, vi si troveranno soluzioni di successo e fallimenti. Nulla di male in questo, a patto che poi la gente inscatolata al Corviale o alla Barona non venga lasciata a sé stante, magari con la coscienza a posto perché, almeno, è stato dato loro da abitare.
La scorsa settimana Chisinau è stata vista in televisione e letta sui giornali. Domenica 5 aprile, alle elezioni politiche, i comunisti al governo hanno (contro le previsioni) rinsaldato ulteriormente la loro maggioranza, ne sono scaturite proteste di piazza sfociate nellal violenza.
Quello che abbiamo visto della capitale moldava è il Palazzo presidenziale che prende in parte fuoco, i vetri spaccati dalle pietre lanciate dai giovani liberali e liberaldemocratici, la bandiera dell’Unione Europea issata sul tetto.
Quello che nessuno ci ha fatto vedere è la vitalità di una capitale di quasi 600mila abitanti, con una percentuale di verde pubblico tra le più alte d’Europa, ricostruita dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica, sede di 12 università pubbliche e 11 private. La più grande, l’Università statale moldava, ha circa 20mila studenti e una libreria che conta quasi 700mila volumi.
Chisinau è considerata una capitale che guarda agli esempi europei, con una scena artistica e notturna piuttosto viva (attrae talenti anche dalla vicina Romania). Nel video sottostante, preso da Youtube, si può capire meglio la forma della città.
Riccardo Esposito, giovane (e futuro dottorando) appassionato di ricerca sociale nell’antropologia, nella sociologia e nella comuicazione, ha effettuato insieme a Maria Elena Indelicato una interessante ricerca urbana che si inserisce appieno nella metodologia visuale.
L’obiettivo era quello di studiare i flussi di persone presso la Stazione Termini di Roma, per rispondere alla domanda se esistono percorsi privilegiati soprattutto nelle entrate e nelle uscite, trascurando i movimenti interni alla struttura.
La ricerca (fondata sulla metodologia dell’osservazione partecipante) ha fatto largo uso delle fotografie, scattate dai ricercatori durante i sopralluoghi, come dati di base da cui trarre i risultati.
Non anticipiamo niente, perché tutto il lavoro (liberamente consultabile in rete) è molto interessante.
Diciamo soltanto che Esposito e la Indelicato hanno saggiamente individuato i diversi tipi di frequentatori della Stazione, non dimenticando i soggetti disagiati e gli homeless. Ed inoltre hanno costruito una vera tipologia dei tempi (la divisione della giornata) e degli spazi (i diversi ingressi), a seconda delle funzioni, in modo da analizzare le entrate-uscite in modo comparato.
I movimenti degli «attori del palcoscenico Termini», cioè le persone, sono al centro dell’analisi, che può essere d’ausilio anche come esempio pratico per comprendere lo scopo ultimo possibile di una sociologia per immagini: aiutare il lettore, anche non esperto, a familiarizzare con ciò che sembra ovvio (in questo caso, l’uso di una stazione ferroviaria), e (perché no?) aiutare il decisore istituzionale a migliorare gli spazi in base alle necessità di chi li utilizza.
La ricerca è interamente leggibile e scaricabile dal server di Scribd.
Abbiamo parlato recentemente dell’archivio di Life, ora online grazie a un accordo con Google Images. Chiunque sia appassionato di fotografia non può fare a meno, ogni tanto, di sfogliare per data o per tema l’archivio, che è una vera miniera d’oro per osservare i gusti, le abitudini, le espressioni e i rituali della società.
Oggi ci siamo soffermati su questa fotografia, scattata nel 1955 dal fotografo tedesco Ralph Crane.
Siamo alla Fiera di Milano: la gente sta osservando, evidentemente molto incuriosita, il modello di un supermarket americano. Gli italiani non conoscevano ancora un luogo del genere. Il primo punto vendita di GDO sorse infatti, proprio a Milano, due anni dopo, nel 1957, nell’area di un’ex officina di viale Regina Giovanna, e portò il marchio Esselunga fino a pochi mesi fa.
L’esempio di Esselunga (di cui all’inizio aveva la maggioranza assoluta il magnate americano Rockfeller) fu seguito presto da Pam (1958), Gs (1961) e altri. Così in Europa. In Francia, ad esempio, Carrefour fu fondata nel 1958 e Auchan nel 1961.
Gli intellettuali, a cominciare dagli scrittori, si occuparono subito del fenomeno dei supermercati, e non proprio in termini positivi. Italo Calvino racconta di un Marcovaldo eccitato, che gira correndo con il carrello e prende un po’ tutto quel che gli capita, salvo poi accorgersi di avere messo troppa roba per le sue finanze e lasciare quindi i prodotti a casaccio. Intorno una «folla consumatrice», domina la lucentezza dei colori chiari, anche fuori dal supermarket («sfavillare luminoso di finestre e insegne»).
Più o meno così Luciano Bianciardi, che coglie luci sempre accese e musica ad effetto ipnotico. E dipinge frequentatori e cassiere come automi, con le pupille dilatate per le luci e la musica, e l’ambiente come un luogo che spinge a comprare di tutto: «metteteci una catasta di libri, e accecati come sono comprerebbero anche quelli».
Bianciardi aggiunge che qualche giornale già parlava dei supermarket come di nuove agorà, ma in fondo le vecchie drogherie di paese tenevano già tutta la merce e i loro proprietari, in più, avevano un rapporto profondo coi clienti.
Ci sarebbe molto da scrivere sui supermercati e sui loro effetti benefici sui consumi, ma anche su quelli meno benefici a riguardo del tessuto sociale dei quartieri cittadini, che perdono i vecchi e piccoli punti vendita. Resta il fatto che hanno rivoluzionato le abitudini d’acquisto dei generi alimentari, e l’hanno fatto in tutto il mondo. Quasi sicuramente al supermercato nessuno si comporta (più) da automa ipnotizzato. E la vecchia curiosità che affiorava dalla foto del 1955 si è certamente tramutata in un’accoglienza entusiasta del nuovo luogo.
Archiviato in: città
Il mio pianerottolo è diventato da alcuni anni multietnico. Gli altri due appartamenti sono abitati da due donne ucraine e da una famiglia egiziana. Si tratta di regolari integrati abbastanza bene. Le due donne lavorano come badanti, spesso ospitano amici e amiche. Il capofamiglia egiziano ha una piccola impresa di pulizie, la figlia più grande è andata a vivere con il fidanzato e la minore si è appena laureata alla Cattolica.
Il Natale, periodo in cui le città cambiano forma soprattutto dal punto di vista esteriore grazie alle luminarie, è anche il momento in cui si segnala la festa con un addobbo fuori dalla porta. Anche quest’anno nel pianerottolo ci sono tre addobbi. E staranno fino a inizio gennaio. Le ucraine infatti, ortodosse non praticanti, aspettano il loro giorno di Natale, che per noi è già arrivato. E gli egiziani, musulmani, partecipano alla festa addobbando anche la loro porta, in ossequio sì alla personalità di Gesù come profeta (che nel Corano è presente), ma soprattutto sentendosi parte di una comunità che in questi giorni festeggia qualcosa. Anche se loro non festeggiano.
Più in generale, le città cambiano forme e colori, un po’ per consumismo, un po’ per abitudine, un po’ per religiosità. E il giorno di Natale, mentre l’abitudine a farsi visita intasa le strade, è anche il giorno si rende più manifesto il carattere multietnico delle nostre città. I non appartenenti alla tradizione cristiana, cioè gli stranieri, tengono aperti i loro (sempre più numerosi) bar, che per clienti hanno solo, o quasi, stranieri, il 25 dicembre. Anche in questi casi talvolta ci sono gli addobbi di festa, perché è un bene accogliere i clienti italiani facendoli sentire “a casa”, ma anche sentirsi parte, come per le porte del mio pianerottolo, di una comunità che festeggia. Ciò nonostante, ci sono quartieri dove i segni della festa sono sporadici, quasi estemporanei. Si tratta dei quartieri più multietnici, che ogni giorno dell’anno sperimentano una convivenza difficile e disorientante, ma anche stimolante.
In quei quartieri non sembra quasi che sia Natale, e il passante frettoloso potrebbe intristirsi di questo. Non è il caso. Natale, in teoria, non è negli addobbi o nell’osservazione, non si posa cioè sul senso più sviluppato (quello della vista), ma sui sentimenti, sul pensiero, sull’emozione. E un sorriso arabo che sembra dire “auguri” è il modo migliore, almeno per un giorno, per sentirsi parte di una società che dialoga davvero.
Il rito (o rituale) è un modo in cui una cultura si rende manifesta. Rituali sono infatti molti comportamenti che hanno valenza sociale e sono eseguiti sulla base di valori o norme condivise. Ma possiamo estendere il concetto e definire “rituale” un’abitudine, individuale o collettiva, purché però segua precise norme, meglio se codificate.
Negli studi culturali, i riti più comuni sono quelli legati ai vari momenti della vita di una persona (il rito d’iniziazione, quello di passaggio), ma nulla vieta di considerare rituali altri comportamenti collettivi, perfino le elezioni politiche nei sistemi democratici.
Un contesto urbano è scenario, cioè teatro, di innumerevoli riti contemporanei, tutti con valenza sociologica. Ad esempio, ogni volta che viene organizzato uno sciopero, si perpetua il rito della protesta di piazza, anche se esso era nato con contenuti ben differenti, nell’Ottocento.
Fuori dalle città, i rituali sono più diffusi ma anche meno variegati. In campagna o più ancora nelle comunità di montagna, assistiamo a rituali d’interazione semplici, chiari e ripetuti nel tempo. Esiste il fattore-comunità. In una città, l’anomia allenta i legami e anche la necessità di ricorrere a comportamenti standardizzati e immediatamente riconoscibili: in una città, è più forte la ricerca dell’identità personale piuttosto che di quella collettiva.
Ma anche in una città esistono i riti, ad esempio nelle sub-culture, ma non solo. E la metodologia visuale è particolarmente efficace per studiarli, perché il dato visivo (proprio come per l’antropologo che studia il rito d’iniziazione in una comunità di selvaggi) richiama immediatamente i codici non scritti, ma presenti, sulla base dei quali il rituale può perpetrarsi nel tempo.
Archiviato in: reportage | Tag: Gisele Freund, Google Images, Life, Winston Churchill
Oggi non parliamo di contesti urbani nel senso stretto del termine. Parliamo della rivista americana Life, pietra miliare del fotogiornalismo mondiale. Rifondata nel 1936 dall’editore Henry Luce, in poco tempo divenne il punto di riferimento per vedere, oltre che conoscere, tutti gli avvenimenti mondiali più rilevanti. Fu l’unico organo d’informazione in grado di mandare almeno un reporter su ogni campo di battaglia della seconda guerra mondiale. Su Life vennero pubblicate, ad esempio, le celebri fotografie di Robert Capa dello sbarco in Normandia.
La crisi dovuta al successo della tv trasformò Life da settimanale in mensile, poi, dal 2000 al 2007, in inserto per alcuni quotidiani, fino alla chiusura.
Adesso l’archivio di Life, per ora incompleto (ci vorranno mesi per completarlo), rivive su Google Images, ed è una notizia molto importante perché permette di accedere gratuitamente a milioni di immagini sulla storia e sulla società del Novecento.
Il “colpo” più rilevante della rivista è stata la copertura dei funerali dello statista inglese Winston Churchill, nel 1965 (nella foto in alto). E’ Giséle Freund, lei stessa fotografa per Life, a narrare i particolari nel libro “Fotografia e società”. Life, quando si seppe della malattia di Churchill, affittò appartamenti lungo tutto il percorso teorico del corteo. La celebrazione venne fissata per un sabato, il che era un problema. La rivista, infatti, “chiudeva” il mercoledì per uscire nelle edicole di lunedì.
Il problema si risolse così. Appena dopo il funerale, alcuni motociclisti recapitarono i rullini in aeroporto, dov’era pronto un aereo per Chicago, attrezzato con camere oscure e macchine da scrivere. Durante il volo notturno, una squadra di sviluppatori e una di giornalisti lavorarono insieme per comporre il giornale, che venne stampato di domenica e poté uscire il lunedì. Tutto questo costò 250mila dollari ma fu ampiamente ripagato sia dal successo di vendite sia dal prestigio che Life, se ancora ce ne fosse bisogno, ricavò.
Ci sono molti rumori, molti suoni nelle città della post-modernità.
Si possono classificare a seconda di chi li produce, o di dove si producono. Ci sono innanzitutto i rumori dei luoghi, e questi accompagnano le città da quando la rivoluzione industriale mutò l’aspetto delle strade e dei loro frequentatori.
Se una volta il nitrito di un cavallo era comune, oggi in una piazza o in un viale sarà preponderante il rumore dei motori delle automobili.
Ma negli ultimi anni il passaggio dei pedoni era silenzioso, o quasi. Il vociare era caratteristica più che altro adolescenziale, insieme agli stereo a palla portati in spalla (roba da anni ‘80). Oggi il vociare è di tutti, grazie o a causa dei telefonini, che costringono ad alzare il tono di voce per farsi sentire meglio: il sottofondo delle automobili infatti non sempre rende agevole l’ascolto.
Poi ci sono i rumori dei non-luoghi. Al concerto delle automobili si sostituisce un concerto indefinito, fatto di tante voci che si rincorrono e si sovrappongono. I centri commerciali, le stazioni ferroviarie, gli aeroporti (tutti spazi prevalentemente chiusi) rimbombano ciò che la strada disperde, e ci arriva, indefinita, la voce di tutti quelli che ci circondano. In aggiunta, l’altoparlante (che in strada non è mai stato sperimentato, nemmeno dai vigili per dirigere il traffico) è diventato un punto cardinale per chi usa il non-luogo. La sua presenza è quasi rassicurante: ci si trova davvero in stazione, se ad un certo punto viene annunciato un treno. E, qualcuno ironicamente aggiungerebbe, ci si trova davvero in una stazione italiana, se ad un certo punto viene annunciato il ritardo di un treno.
Infine ci sono i vecchi-nuovi punti d’aggregazione. I parchi pubblici, come le panchine in una piazza. Accade che vengano nel tempo convertiti a nuovi usi, o a nuove frequentazioni. Con annessi nuovi “rumori”, voci, suoni. I bonghi del Parco Sempione a Milano non esistevano trent’anni fa, ma sono abituale colonna sonora dei sabati pomeriggio da molto tempo. Al punto che, non sentendoli, ci si potrebbe chiedere se si è davvero al Parco Sempione, o più pragmaticamente che fine hanno fatto.
E ancora, altri luoghi cambiano identità, accompagnati dall’arrivo di nuovi abitanti. E’ il caso di via Benedetto Marcello (nella foto di beppardo, da flickr), sempre a Milano, diventato, con i suoi grandi giardini, punto di ritrovo (soprattutto nel weekend) delle russe, ucraine, bielorusse, moldave, rumene. Donne che lavorano per lo più come badanti durante la settimana e usano il weekend per ritrovarsi, frequentarsi, parlarsi. Ci sono luoghi tipici: al mattino il mercato “etnico” di Cascina Gobba, al pomeriggio il pranzo e le chiacchere in via B. Marcello.
Sedersi a una panchina di questa via, significa ascoltare un “rumore” fatto di voci che s’intersecano tra loro, distinguibili nonostante all’aria aperta e nonostante non si tratti di conversazioni al telefono, in un misto di lingue incomprensibili (per lo più la russa), atipico anche in una città internazionale come Milano.